Tempo di Pasqua – Carità

Continuiamo a meditare in questo Tempo di Pasqua sul significato delle sette opere di misericordia corporale, e proviamo a rendere reale quello che il Signore ci chiede con il suo comandamento dell’Amore.  Il libro La Grammatica dell’amore di Enzo Bianchi ci propone di guardare con gli occhi del nostro tempo le sette opere di misericordia corporale, introducendo questa riflessione con queste parole:

“Nel vangelo c’è una parola decisiva di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). È la “regola d’oro”, che stabilisce l’amore attivo di ciascuno di noi verso l’altro: una regola presente in tutte le culture della terra, perché elaborata dal “noi insieme” nel cammino di umanizzazione. È soprattutto in questa capacità che consiste l’immagine di Dio e la somiglianza con lui che ogni umano porta in sé (cf. Gen 1,26-27). A partire dalla pagina del giudizio universale ricordata sopra (a cui va aggiunto, per la sepoltura dei morti, il passo del libro di Tobia 12,12-13), si sono progressivamente individuate sette azioni di misericordia da compiere, dette anche azioni corporali, perché contrassegnate da un fare con il corpo intero verso il corpo di chi è nel bisogno.”

Le elenchiamo per farle ritornare alla memoria:

  1. Dare da mangiare agli affamati
  2. Dare da bere agli assetati
  3. Vestire quelli che sono nudi
  4. Ospitare i pellegrini
  5. Visitare i malati
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

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Ripercorriamo in questa Quaresima il significato di queste opere e proviamo a rendere reale quello che il Signore ci chiede con il suo comandamento dell’Amore.

Dar da mangiare agli affamati La fame continua ad essere presente nel mondo, nonostante i progressi tecnologici e la crescita della produzione alimentare e industriale. Non è il cibo che manca: manca un’equa distribuzione dei beni della terra. La fame è frutto della povertà e la povertà scaturisce dalle ingiustizie. C’è chi ha troppo e chi non ha nulla, o manca comunque del necessario.  Questa prima opera di misericordia corporale ci chiede anzitutto di aprire gli occhi sulla fame e sulla povertà del mondo: del mondo del sottosviluppo, dove la fame comporta non solo assenza di cibo, ma anche impossibilità a curare la salute, ad accedere alla scuola, ad avere un lavoro e un reddito; povertà del nostro Paese, dove pure esistono casi e fenomeni di povertà e di emarginazione.  La permanenza della povertà nel mondo ci dice che non è sufficiente il gesto occasionale di misericordia, che assicura un pasto a chi ha fame. La misericordia deve diventare costume di vita, deve portarci a verificare lo stile dei nostri consumi, ad evitare tutto ciò che è superfluo per destinarlo ai poveri ai quali appartiene, a praticare perciò non solo l’elemosina, ma la condivisione, la comunione con gli altri. La misericordia di Cristo, infatti, alla quale facciamo riferimento, nella fede, è stata ed è condivisione.

Dar da bere agli assetati La mancanza di acqua richiama all’attenzione la situazione catastrofica del Sahel, una larga fascia a sud del Sahara, che tocca diversi paesi africani, dove da anni piove sempre meno e dove le sabbie del deserto avanzano, seminando la morte: senza acqua non si può vivere, non si può coltivare, è impossibile l’igiene, problematica la prevenzione come anche la cura delle malattie. Questo disastro ecologico sahariano è da imputare in parte non trascurabile – dicono i biologi – all’opera nefasta dell’uomo.  Il terreno era costituito da savana e da vegetazione arborea xerofila – cioè amante del secco – capace di resistere all’enorme secchezza dell’ambiente. Questa vegetazione manteneva una ricchissima fauna: giraffe, rinoceronti, antilopi ecc. La fauna è stata distrutta e sostituita da enormi mandrie di bovini, che hanno calpestato e appiattito il terreno, annientando la vegetazione erbosa e accelerando l’erosione del suolo. Enormi distese sono diventate improduttive in seguito al tentativo di coltivare piante inadatte; i pastori hanno bruciato sconsideratamente la savana per favorire la produzione di erba verde per i bovini, eliminando i già scarsi alberi; la piovosità è diminuita per il continuo indietreggiare della grande selva ombrifera del Congo.  Il disastro del Sahel deve renderci pensosi. Noi pure rischiamo di distruggere con le nostre mani il nostro ambiente umano. Ora però urge salvare la vita di migliaia di fratelli. Un pozzo d’acqua: forse una persona da sola non può donarlo. Una famiglia, un gruppo di famiglie, una parrocchia tutta insieme, sì. Il Signore ritiene dato a sé un bicchiere d’acqua fresca offerto ai fratelli più umili e bisognosi.

Il tempo di Quaresima è tempo di preghiera e di conversione. Continuiamo a riflettere sulle opere di misericordia corporale in modo che il nostro cuore si avvicini al fratello sofferente e si renda prossimo.

Vestire gli ignudi Ci sono nudità da intendersi in senso letterale come impossibilità, cioè, di coprirsi per difendersi dal freddo, e per presentarsi dignitosamente agli altri: è la nudità più umiliante, segno e frutto di estrema povertà. E’ opera di misericordia donare un vestito, indumenti intimi, calzature a chi ne è privo. E’ misericordia vera se gli indumenti donati sono in ottimo stato, possibilmente nuovi, acquistati con nostro sacrificio, magari risparmiando sui nostri vestiti, evitando l’esibizionismo del capo firmato.  Certa carità, fatta con vestiti vecchi e rattoppati, liberandoci di cose inutili che noi non indosseremmo mai, viene identificata dalla gente semplice come “carità pelosa”. C’è anche una nudità che coincide con l’assenza di un tetto. Nelle grandi città ci sono i cosiddetti “baraccati”. Le baracche sono l’ultimo anello di una serie di abitazioni chiamate eufemisticamente “improprie”. Impropria significa molto spesso: umidità che deturpa e consuma, assenza di servizi igienici, promiscuità per la ristrettezza dei locali, rischio di malattie infettive.  Le baracche non ci sono ovunque; abitazioni improprie esistono in ogni città. La carità in questi casi deve procedere strettamente collegata con la giustizia e deve tradursi nell’impegno politico perché il diritto alla casa sia una realtà per ogni uomo.

Alloggiare i pellegrini I pellegrini del nostro tempo si chiamano emigranti e immigrati. Il loro abbandono della patria, nella stragrande maggioranza, è composto dalla necessità.  E’ necessità dolorosa perché comporta: abbandono della propria terra, della famiglia, della rete di amicizie; disagio da inserimento abitativo, lavorativo, scolastico per i bambini, sanitario, relazionale anche per la non conoscenza della lingua; chiusura talvolta in un ghetto, che è guardato con diffidenza dalla popolazione locale e, in alcuni casi, è oggetto di punte razzistiche.  Fa opera di misericordia chi si impegna per: preparare l’emigrazione sia professionalmente sia spiritualmente, affinché le tradizioni religiose siano salvaguardate nel nuovo contesto; aiutare i nuovi immigrati ad inserirsi nell’ambiente, ad apprendere la lingua, a conoscere leggi, usi e costumi, a trovare una sistemazione dignitosa sia sul piano abitativo che sul piano lavorativo; diffondere la cultura dell’accoglienza: gli immigrati non sono solo portatori di “bisogno”; sono anche portatori di valori, sono ricchezza per la comunità che li accoglie.

Visitare gli infermi Il “buon samaritano” del Vangelo offre al cristiano una traccia di comportamento caritativo esemplare. Appresta all’infortunato le cure immediate, lo trasporta al pronto soccorso, paga di proprio per le cure più appropriate, si impegna a ritornare per vedere il malato. In sintesi dà allo sconosciuto sostegno sanitario e calore umano.  Il primo atto di misericordia verso il malato è di impegnarci perché abbia una cura efficace, nell’ambito di una reale protezione sanitaria, accessibile a tutti, eventualmente integrando finanziariamente medicine e cure non previste. Il malato però, oltre alle medicine e al ricovero in ospedale, ha bisogno di umanità.  La sua condizione lo rende particolarmente sensibile all’affetto, al colloquio, al rapporto personale.  C’è qui un grande spazio per l’esercizio della misericordia, soprattutto per i malati che non hanno nessuno e che, per la lontananza dalla propria residenza, più difficilmente vedono parenti e amici. Dovunque ci sono malati, lì il Signore dà appuntamento ai cristiani.

Visitare i carcerati Quest’opera di misericordia è una delle più difficili da praticare, giacché il carcere non è un ambiente aperto e accessibile a chiunque. Le leggi e i regolamenti consentono visite esclusivamente a persone autorizzate e a volontari preparati. L’opera di misericordia è comprensibile e attuale se si considera il problema del carcere nel suo insieme e nei riflessi che produce.  Anzitutto il carcerato è un uomo che soffre, perché privato della libertà, perché si sente causa di altre sofferenze, perché si sente emarginato e condannato ancora prima della sentenza definitiva. Finché sta in carcere è sempre possibile tenere con lui un rapporto epistolare: è una strada per impedire che la violenza del contesto carcerario lo faccia disperare.  Forse l’aiuto maggiore può essere offerto al termine della pena: un aiuto fatto di vicinanza, di sostegno nel reinserimento lavorativo, nel recupero di relazioni più o meno compromesse. Più grave, in alcuni casi, è la situazione della famiglia. Il coniuge deve portare il peso della solitudine e dell’umiliazione e spesso deve affrontare seri problemi finanziari. I bambini, vittime innocenti, talvolta leggono sul volto del coetaneo lo scherno e il disprezzo; rischiano di veder segnata la loro fanciullezza e adolescenza da un marchio: sono i figli del carcerato. La pietà cristiana può fare molto: educare la comunità ad evitare assurde condanne e a porsi, invece, in atteggiamento di accoglienza e di solidarietà.

Seppellire i morti La presenza dei cristiani ai funerali, costituisce il commiato della comunità di fede alla sorella o al fratello partiti per l’incontro definitivo con il Signore. Il culto per la salma di chi ci ha lasciati è la continuazione del rispetto e della venerazione dovuti alle persone vive. Per essere autentico il culto dei morti deve riflettere un sincero impegno per la vita.  Anzitutto la misericordia va usata per i morenti: vi sono coinvolti i presenti, i vicini, il personale sanitario (medici, infermieri), la comunità cristiana nel suo insieme. Tutti sono impegnati ad aiutare i fratelli e le sorelle a morire bene: senza forme di terrorismo psicologico, ma anche senza evasioni. Si devono preparare le persone ad incontrarsi con il Signore, presentandolo come padre e amico, attraverso la preghiera e la ricezione dei Sacramenti. È atto di misericordia rasserenare i morenti, assicurando loro la vicinanza solidale alle persone che rimangono, soprattutto se si tratta del coniuge e dei figli in tenera età. È atto di misericordia anche diffondere una cultura cristiana della morte, inserendola nel contesto della vita umana.  La morte non deve mai essere provocata, né dall’alcool, né dalla droga, né da altre violenze o inutili imprudenze; ma quando arriva va accolta nello spirito della fede: è il passaggio verso la comunione definitiva e gloriosa con Dio.




Tempo di Pasqua – Parola

Riportiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata da Papa Francesco il 16 aprile 2017, nella Messa di Pasqua nella Basilica di San Pietro e il testo integrale del messaggio Urbi et Orbi pronunciato in Piazza San Pietro.

Omelia pronunciata da Papa Francesco il 16 aprile 2017, nella Messa di Pasqua nella Basilica di San Pietro.

Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai? Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro. Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”.

E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù. E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”.

E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. Oggi la Chiesa continua a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù – è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

Messaggio di Papa Francesco Urbi et Orbi

“Gesù è veramente risorto, come aveva predetto”

Cari fratelli e sorelle,
buona Pasqua!

Oggi, in tutto il mondo, la Chiesa rinnova l’annuncio pieno di meraviglia dei primi discepoli: “Gesù è risorto!” – “E’ veramente risorto, come aveva predetto!”.
L’antica festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù, raggiunge qui il suo compimento: con la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte e ci ha aperto il passaggio alla vita eterna.
Tutti noi, quando ci lasciamo dominare dal peccato, perdiamo la strada buona e andiamo errando come pecore smarrite. Ma Dio stesso, il nostro Pastore, è venuto a cercarci, e per salvare noi si è abbassato fino all’umiliazione della croce. E oggi possiamo proclamare: «E’ risorto il buon Pastore che per il suo gregge è andato incontro alla morte, alleluia!» (Messale Romano, IV Dom. di Pasqua, Ant. alla Comunione).
Attraverso i tempi, il Pastore Risorto non si stanca di cercare noi, suoi fratelli smarriti nei deserti del mondo. E con i segni della Passione – le ferite del suo amore misericordioso – ci attira sulla sua via, la via della vita. Anche oggi Egli prende sulle sue spalle tanti nostri fratelli e sorelle oppressi dal male nelle sue diverse forme.
Il Pastore Risorto va a cercare chi è smarrito nei labirinti della solitudine e dell’emarginazione; va loro incontro mediante fratelli e sorelle che sanno avvicinarsi con rispetto e tenerezza e far sentire a quelle persone la sua voce, una voce mai dimenticata, che le richiama all’amicizia con Dio.
Si fa carico di quanti sono vittime di antiche e nuove schiavitù: lavori disumani, traffici illeciti, sfruttamento e discriminazione, gravi dipendenze. Si fa carico dei bambini e degli adolescenti che vengono privati della loro spensieratezza per essere sfruttati; e di chi ha il cuore ferito per le violenze che subisce entro le mura della propria casa.
Il Pastore Risorto si fa compagno di strada di quanti sono costretti a lasciare la propria terra a causa di conflitti armati, di attacchi terroristici, di carestie, di regimi oppressivi. A questi migranti forzati Egli fa incontrare dei fratelli sotto ogni cielo, per condividere il pane e la speranza nel comune cammino.
Nelle complesse e talvolta drammatiche vicende dei popoli, il Signore Risorto guidi i passi di chi cerca la giustizia e la pace; e doni ai responsabili delle Nazioni il coraggio di evitare il dilagare dei conflitti e di fermare il traffico delle armi.
In questi tempi, in modo particolare sostenga gli sforzi di quanti si adoperano attivamente per portare sollievo e conforto alla popolazione civile in Siria, l’amata e martoriata Siria, vittima di una guerra che non cessa di seminare orrore e morte. È di ieri l’ultimo ignobile attacco ai profughi in fuga che ha provocato numerosi morti e feriti.
Doni pace a tutto il Medio Oriente, a partire dalla Terra Santa, come pure in Iraq e nello Yemen.
Non manchi la vicinanza del Buon Pastore alle popolazioni del Sud Sudan, del Sudan, della Somalia e della Repubblica Democratica del Congo, che patiscono il perpetuarsi di conflitti, aggravati dalla gravissima carestia che sta colpendo alcune regioni dell’Africa.
Gesù risorto sostenga gli sforzi di quanti, specialmente in America Latina, si impegnano a garantire il bene comune delle società, talvolta segnate da tensioni politiche e sociali che in alcuni casi sono sfociate in violenza. Si possano costruire ponti di dialogo, perseverando nella lotta contro la piaga della corruzione e nella ricerca di valide soluzioni pacifiche alle controversie, per il progresso e il consolidamento delle istituzioni democratiche, nel pieno rispetto dello stato di diritto.
Il Buon Pastore aiuti l’Ucraina, ancora afflitta da un sanguinoso conflitto, a ritrovare concordia e accompagni le iniziative volte ad alleviare i drammi di quanti ne soffrono le conseguenze.
Il Signore risorto, che non cessa di colmare il continente europeo della sua benedizione, doni speranza a quanti attraversano momenti di crisi e difficoltà, specialmente a causa della grande mancanza di lavoro soprattutto per i giovani.
Cari fratelli e sorelle, quest’anno come cristiani di ogni confessione celebriamo insieme la Pasqua. Risuona così ad una sola voce in ogni parte della terra l’annuncio più bello: «Il Signore è veramente risorto, come aveva predetto!». Egli, che ha vinto le tenebre del peccato e della morte, doni pace ai nostri giorni.
Buona Pasqua!

 




Tempo di Pasqua – Liturgia

 I cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di Resurrezione alla solennità di Pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come “la grande domenica”.  Le domeniche di questo tempo vengono considerate come domeniche di Pasqua e, dopo la domenica della Resurrezione, si chiamano domeniche “II, III, IV, V, VI, VII di Pasqua”.
Questo sacro tempo di cinquanta giorni termina con la domenica di Pentecoste, la celebrazione della quale quindi chiude il Tempo di Pasqua.

Carattere liturgico

I quaranta giorni fino all’Ascensione sono vissuti nella gioia esuberante della presenza del Cristo risorto.
I dieci giorni successivi, fino a Pentecoste, sono vissuti nella gioiosa attesa del dono nuziale della Spirito Santo.
Il colore liturgico è il bianco.
Il giorno di Pentecoste il colore liturgico è il rosso.

Struttura del Tempo di Pasqua

La settimana “in Albis” (ottava di Pasqua)

• La Liturgia della Parola in tutti i giorni dell’ottava pasquale presenta una struttura tipicamente festiva, con lettura, epistola e vangelo. Le pericopi sono ovviamente focalizzate sul mistero della Resurrezione.
• Accanto alle Messe nel giorno, a cominciare da Pasqua e fino alla Domenica “in Albis depositis” sono proposte particolari Messe per i battezzati. E’ una opportunità pastorale e catechetica per itinerari di iniziazione cristiana, eventualmente utilizzabile anche al di fuori di questa settimana. I testi di queste Messe sono in stretta consonanza con i temi delle omelie di Ambrogio.
• L’ottava si conclude con la Domenica “in Albis depositis”, che è incentrata sul Vangelo della manifestazione del Risorto “otto giorni dopo”.

Il tempo pasquale fino all’Ascensione

• Le Liturgie della Parola nelle due Domeniche pasquali immediatamente successive alla Domenica in Albis presentano alla contemplazione dei credenti i lineamenti del Risorto (Agnello di Dio, Buon Pastore, Luce del mondo, Via Verità e Vita, Mediatore tra Dio e gli uomini); nelle successive due Domeniche si riascoltano le raccomandazioni comunicate dallo stesso Signore ai discepoli prima della sua “andata al Padre” ed è riproposto il suo annuncio del dono del Consolatore.
• Il Vangelo delle Ferie e dei Sabati è a ciclo unico e consiste nella lettura progressiva del Vangelo secondo Giovanni, in cui il tema pasquale dell’Agnello è premessa al dono dello Spirito.
• Nelle Ferie si sviluppa poi la lettura progressiva degli Atti degli Apostoli secondo due distinte serie di letture, ciascuno con uno sviluppo in sé compiuto, per i due cicli feriali.
• Nei Sabati, attraverso la prima lettera ai Corinzi, viene inoltre offerta: nel primo anno una catechesi sulla Resurrezione di Cristo, nel secondo una presentazione della Chiesa come corpo di Cristo.

L’Ascensione e il tempo pasquale dopo l’Ascensione

• L’Ascensione è celebrata il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. E’ previsto un apposito formulario per la celebrazione solenne vigiliare. Il Calendario Ambrosiano consente che, nei luoghi dove l’Ascensione non è festa civile, se ne possano riproporre, a discrezione dei pastori, eucologia e letture in una o più celebrazioni della Domenica dopo l’Ascensione.
• Le Ferie dopo l’Ascensione chiamano la Chiesa a rivivere l’esperienza degli Apostoli che, privati della tangibile presenza del Signore fra loro, attesero in preghiera l’effusione dello Spirito consolatore. Questa tensione spirituale, fortemente cristocentrica, è segnalata dall’accostamento delle pericopi evangeliche tratte dai capitoli 14-16 di S. Giovanni (i discorsi del congedo di Gesù dai Discepoli) con le sezioni del Cantico dei Cantici in cui la Sposa parla del suo Sposo assente e ne lamenta la lontananza.

La Domenica di Pentecoste

• Questa solennità rappresenta il suggello dell’intero tempo pasquale. L’effusione dello Spirito è il dono elargito da Dio ai Credenti dopo la glorificazione del suo Unigenito e dà compimento al mistero di salvezza realizzato nella Pasqua.
• Come nelle maggiori solennità dell’anno liturgico, la celebrazione di questo giorno si apre con una grande liturgia vigiliare, le cui letture veterotestamentarie presentano l’effusione dello Spirito come nuova teofania e dono agli uomini di una nuova vita fonte di comunione e di amore.

Particolarità liturgiche ambrosiane

•Ogni giorno dell’ottava di Pasqua, detta anche settimana “in Albis”, fino al sabato “in Albis depositis” compreso, è celebrato come solennità del Signore.
• Al Giovedì “in Albis” vi è la commemorazione del transito e della sepoltura di S. Ambrogio. In alternativa alla prevista pericope dagli Atti degli Apostoli e relativo Salmo, si può leggere il testo della Depositio, tratto dalla biografia di Paolino con il Salmo 114 molto adatto a questo mesto ricordo.
• Durante l’ottava di Pasqua nelle Chiese in cui si celebrano più Messe, è bene usare, almeno una volta al giorno, il formulario “per i battezzati” o “in memoria del battesimo”.
• In conformità alla tradizione che la Chiesa ambrosiana condivide con altre Chiese, il giovedì della IV settimana di Pasqua è segnalato con la dicitura “A metà della festa”, cui corrisponde una specifica pericope evangelica (Gv 7, 14-24) che inizia con: “In quel tempo. Quando ormai si era a metà della festa, il Signore Gesù salì al tempio e si mise ad insegnare.”
• Come già detto, l’Ascensione si celebra nel suo giorno proprio (il quarantesimo dopo Pasqua). Per ragioni pastorali, quando lo si ritenga opportuno, i testi del Lezionario e del Messale possono essere riproposti anche in una o più celebrazioni della domenica successiva. Questa possibilità però non deve diventare un alibi per non curare la partecipazione della comunità alla festa del giovedì.
• Per la grande Vigilia di Pentecoste, analogamente a quanto previsto per quelle di Natale e dell’Epifania, dove è possibile, dovrebbe celebrarsi un’unica Messa nell’arco dell’intera giornata, corrispondente alla liturgia vesperale vigiliare. Per motivate necessità pastorali possono essere, in via eccezionale, celebrate Messe anche al mattino utilizzando il formulario eucologico del sabato della VII settimana di Pasqua con le letture della Messa vigiliare.

(Citazioni dal sito della Diocesi e dal Messale ambrosiano quotidiano.)

(http://www.cattoliciromani.com/59-liturgia-ambrosiana/34431-il-tempo-di-pasqua-nel-rito-ambrosiano)