Capitolo 1

Don Bosco volle inviare i Salesiani a Milano perché “dopo Roma, in nessun’altra città desiderava di stabilire i suoi più che a Milano”. Non ci riuscì di persona (morì nel 1888), ma vi pose le basi.
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Il primo viaggio di Don Bosco a Milano avvenne nel novembre del 1850, quando vi si recò da Torino in “Diligenza” (carrozza trainata da cavalli), e soggiornò per 19 giorni nella Parrocchia di San Simpliciano, oggi in zona C.so Garibaldi, allora detta “Porta Comasina”, e lo fece perché lì c’era già un Oratorio, quello di San Luigi, fondato  per accogliere gli sbandati della città e istruire cristianamente i ragazzi poveri (il primo in assoluto a Milano fu quello intitolato a San Carlo, creato nella parrocchia di San Nazaro nel 1820).

In quell’occasione parlò a centinaia di ragazzi e giovani, peraltro sorvegliato da una pattuglia di soldati austriaci, i quali temevano che dall’altare i sacerdoti facessero allusioni all’insurrezione antiaustriaca da poco domata dal famigerato Bava Beccaris che prese a cannonate la popolazione: nel tempo in cui rimase a Milano poté vedere la realtà sociale della città e comprese la necessità di portarvi il suo metodo educativo e la sana allegria del suo Oratorio.

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A dire il vero, la prima proposta concreta per un insediamento salesiano Don Bosco la rifiutò. Perché?  Perché il parroco dell’Incoronata, che gliela propose, voleva che Don Bosco vi organizzasse una scuola ginnasiale, una sorta di liceo classico. Ma Don Bosco aveva altre idee, tutte finalizzate a dare un lavoro, una professione ai suoi ragazzi, e propose a sua volta una scuola professionale. Ma la trattativa s’interruppe perché né parroco né vescovo volevano “declassare” un collegio umanistico a scuola professionale!
Solo vent’anni dopo, le idee avveniristiche di Don Bosco furono prese in considerazione, iniziando una comunità salesiana in via Commenda (dove oggi c’è la Mangiagalli), una zona centrale, però con pochi spazi per giocare, fare vita insieme, pregare.

La Provvidenza però intervenne, e grazie al nuovo Arcivescovo di Milano, Andrea Ferrari, che conosceva bene lo spirito salesiano, si decise di trovare uno spazio apposta per l’Oratorio di Don Bosco nella periferia milanese, nella zona della nuova Stazione Centrale, sulla riva sinistra del canale Martesana (attuale via M. Gioia)

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Ma a chi affidare il progetto dell’intera costruzione? La scelta cadde su un famoso ingegnere di quell’epoca, Cecilio Arpesani, a cui dobbiamo la struttura dell’attuale Basilica di Sant’Agostino e dell’Istituto S.Ambrogio (con qualche variante successiva)

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Istituto che nella foto sotto vediamo ancora dalla via Copernico, senza la parte del” Don Bosco” di via Tonale, allora adibita a frutteto e orto.

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E qui durante i lavori interni di costruzione

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Ma qual era l’idea originaria di Don Bosco?

Era quella di partire dall’Oratorio per radicarsi nel territorio, sviluppando la Scuola professionale come “Casa annessa all’Oratorio” , ma in questo caso, vista la caratteristica sociale del nostro quartiere, si diede la preferenza alla costruzione dei laboratori per la gioventù operaia, che precedettero l’inaugurazione dell’O.S.A. (Oratorio S. Agostino).

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Il nostro Oratorio (dal latino ‘orare’=luogo di preghiera, che per Don Bosco era anche gioco insieme e sana allegria nel Signore), nacque come struttura interparrocchiale, dipendente giuridicamente da San Gioachimo, e venne inaugurato il 7 maggio 1899 come Oratorio Festivo (funzionava inizialmente solo la domenica e nelle feste). Ma già pochi anni dopo, il giornale diocesano “Eco degli Oratori” lo additava come “il più aggiornato” tra gli oratori milanesi.

Cortili, cappella, aule di catechismo e teatro erano in comune con l’Istituto. L’unica struttura di uso esclusivo era una Palazzina che dava sul naviglio Martesana – a quel tempo scoperto- che divenne sede della segreteria dell’Oratorio e dell’Ufficio del sacerdote responsabile, e che ospitava anche le stanzette da letto dei preti dell’Oratorio.

Su questa “Palazzina” il poeta Guido Cioni nel 1957 scrisse una bella lirica piena di nostalgia che terminava così:

“…O Palazzina vecchia e disadorna che ospitasti Colui che non ritorna…   (i vari sacerdoti passati dall’OSA) Palazzina di vecchio travertino, insieme a Don Sangalli, a Don Peppino, Don Lecchi, Don Mondini  e Don Cantù accogliesti la nostra GIOVENTU’!”

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Foto della “Palazzina”nel periodo della sua demolizione (1962-63)

 

Direttore agli inizi fu don Lorenzo Saluzzo, che era anche Direttore dell’Istituto; suoi collaboratori erano i salesiani che durante la settimana insegnavano nei laboratori professionali.

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La Regola salesiana raccomandava che “ciascun salesiano sia preparato a soffrire caldo, freddo, sete, fame, fatiche e disprezzi, per la maggior gloria di Dio, l’utilità spirituali altrui e la salvezza della propria anima”.

Quali erano le iniziative di quel primo Oratorio?

“Giochi e divertimenti di vario genere, premi, lotterie, passeggiate, teatro, musica e festicciuole…”, mentre “il buon andamento dell’Oratorio dipende dall’usare spirito di sacrificio, pazienza, carità e benevolenza verso tutti i ragazzi, così che lo frequentino anche da adulti…”

L’impatto dell’Oratorio nel quartiere fu talmente positivo che Don Rua –successore di Don Bosco- disse: “In quei luoghi di periferia a Milano, dove il prete non poteva passare senza l’insulto e il disprezzo dei monelli, dopo che fu aperto l’Oratorio, cambiarono totalmente”!

Nel 1900 risultavano iscritti già 300 ragazzi, e nel 1907 esistevano anche una sezione di ginnastica, una compagnia teatrale, un’associazione giovanile (intitolata a San Luigi), e una fanfara (una banda musicale), un gruppo scout,un gruppo della “buona stampa” e uno missionario.

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Il giornale “Eco degli oratori” ricorda poi che nel medesimo anno 1907 vi furono ben 200 prime comunioni.