Tempo di Pasqua – Carità

Continuiamo a meditare in questo Tempo di Pasqua sul significato delle sette opere di misericordia corporale, e proviamo a rendere reale quello che il Signore ci chiede con il suo comandamento dell’Amore.  Il libro La Grammatica dell’amore di Enzo Bianchi ci propone di guardare con gli occhi del nostro tempo le sette opere di misericordia corporale, introducendo questa riflessione con queste parole:

“Nel vangelo c’è una parola decisiva di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). È la “regola d’oro”, che stabilisce l’amore attivo di ciascuno di noi verso l’altro: una regola presente in tutte le culture della terra, perché elaborata dal “noi insieme” nel cammino di umanizzazione. È soprattutto in questa capacità che consiste l’immagine di Dio e la somiglianza con lui che ogni umano porta in sé (cf. Gen 1,26-27). A partire dalla pagina del giudizio universale ricordata sopra (a cui va aggiunto, per la sepoltura dei morti, il passo del libro di Tobia 12,12-13), si sono progressivamente individuate sette azioni di misericordia da compiere, dette anche azioni corporali, perché contrassegnate da un fare con il corpo intero verso il corpo di chi è nel bisogno.”

Le elenchiamo per farle ritornare alla memoria:

  1. Dare da mangiare agli affamati
  2. Dare da bere agli assetati
  3. Vestire quelli che sono nudi
  4. Ospitare i pellegrini
  5. Visitare i malati
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

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Ripercorriamo in questa Quaresima il significato di queste opere e proviamo a rendere reale quello che il Signore ci chiede con il suo comandamento dell’Amore.

Dar da mangiare agli affamati La fame continua ad essere presente nel mondo, nonostante i progressi tecnologici e la crescita della produzione alimentare e industriale. Non è il cibo che manca: manca un’equa distribuzione dei beni della terra. La fame è frutto della povertà e la povertà scaturisce dalle ingiustizie. C’è chi ha troppo e chi non ha nulla, o manca comunque del necessario.  Questa prima opera di misericordia corporale ci chiede anzitutto di aprire gli occhi sulla fame e sulla povertà del mondo: del mondo del sottosviluppo, dove la fame comporta non solo assenza di cibo, ma anche impossibilità a curare la salute, ad accedere alla scuola, ad avere un lavoro e un reddito; povertà del nostro Paese, dove pure esistono casi e fenomeni di povertà e di emarginazione.  La permanenza della povertà nel mondo ci dice che non è sufficiente il gesto occasionale di misericordia, che assicura un pasto a chi ha fame. La misericordia deve diventare costume di vita, deve portarci a verificare lo stile dei nostri consumi, ad evitare tutto ciò che è superfluo per destinarlo ai poveri ai quali appartiene, a praticare perciò non solo l’elemosina, ma la condivisione, la comunione con gli altri. La misericordia di Cristo, infatti, alla quale facciamo riferimento, nella fede, è stata ed è condivisione.

Dar da bere agli assetati La mancanza di acqua richiama all’attenzione la situazione catastrofica del Sahel, una larga fascia a sud del Sahara, che tocca diversi paesi africani, dove da anni piove sempre meno e dove le sabbie del deserto avanzano, seminando la morte: senza acqua non si può vivere, non si può coltivare, è impossibile l’igiene, problematica la prevenzione come anche la cura delle malattie. Questo disastro ecologico sahariano è da imputare in parte non trascurabile – dicono i biologi – all’opera nefasta dell’uomo.  Il terreno era costituito da savana e da vegetazione arborea xerofila – cioè amante del secco – capace di resistere all’enorme secchezza dell’ambiente. Questa vegetazione manteneva una ricchissima fauna: giraffe, rinoceronti, antilopi ecc. La fauna è stata distrutta e sostituita da enormi mandrie di bovini, che hanno calpestato e appiattito il terreno, annientando la vegetazione erbosa e accelerando l’erosione del suolo. Enormi distese sono diventate improduttive in seguito al tentativo di coltivare piante inadatte; i pastori hanno bruciato sconsideratamente la savana per favorire la produzione di erba verde per i bovini, eliminando i già scarsi alberi; la piovosità è diminuita per il continuo indietreggiare della grande selva ombrifera del Congo.  Il disastro del Sahel deve renderci pensosi. Noi pure rischiamo di distruggere con le nostre mani il nostro ambiente umano. Ora però urge salvare la vita di migliaia di fratelli. Un pozzo d’acqua: forse una persona da sola non può donarlo. Una famiglia, un gruppo di famiglie, una parrocchia tutta insieme, sì. Il Signore ritiene dato a sé un bicchiere d’acqua fresca offerto ai fratelli più umili e bisognosi.

Il tempo di Quaresima è tempo di preghiera e di conversione. Continuiamo a riflettere sulle opere di misericordia corporale in modo che il nostro cuore si avvicini al fratello sofferente e si renda prossimo.

Vestire gli ignudi Ci sono nudità da intendersi in senso letterale come impossibilità, cioè, di coprirsi per difendersi dal freddo, e per presentarsi dignitosamente agli altri: è la nudità più umiliante, segno e frutto di estrema povertà. E’ opera di misericordia donare un vestito, indumenti intimi, calzature a chi ne è privo. E’ misericordia vera se gli indumenti donati sono in ottimo stato, possibilmente nuovi, acquistati con nostro sacrificio, magari risparmiando sui nostri vestiti, evitando l’esibizionismo del capo firmato.  Certa carità, fatta con vestiti vecchi e rattoppati, liberandoci di cose inutili che noi non indosseremmo mai, viene identificata dalla gente semplice come “carità pelosa”. C’è anche una nudità che coincide con l’assenza di un tetto. Nelle grandi città ci sono i cosiddetti “baraccati”. Le baracche sono l’ultimo anello di una serie di abitazioni chiamate eufemisticamente “improprie”. Impropria significa molto spesso: umidità che deturpa e consuma, assenza di servizi igienici, promiscuità per la ristrettezza dei locali, rischio di malattie infettive.  Le baracche non ci sono ovunque; abitazioni improprie esistono in ogni città. La carità in questi casi deve procedere strettamente collegata con la giustizia e deve tradursi nell’impegno politico perché il diritto alla casa sia una realtà per ogni uomo.

Alloggiare i pellegrini I pellegrini del nostro tempo si chiamano emigranti e immigrati. Il loro abbandono della patria, nella stragrande maggioranza, è composto dalla necessità.  E’ necessità dolorosa perché comporta: abbandono della propria terra, della famiglia, della rete di amicizie; disagio da inserimento abitativo, lavorativo, scolastico per i bambini, sanitario, relazionale anche per la non conoscenza della lingua; chiusura talvolta in un ghetto, che è guardato con diffidenza dalla popolazione locale e, in alcuni casi, è oggetto di punte razzistiche.  Fa opera di misericordia chi si impegna per: preparare l’emigrazione sia professionalmente sia spiritualmente, affinché le tradizioni religiose siano salvaguardate nel nuovo contesto; aiutare i nuovi immigrati ad inserirsi nell’ambiente, ad apprendere la lingua, a conoscere leggi, usi e costumi, a trovare una sistemazione dignitosa sia sul piano abitativo che sul piano lavorativo; diffondere la cultura dell’accoglienza: gli immigrati non sono solo portatori di “bisogno”; sono anche portatori di valori, sono ricchezza per la comunità che li accoglie.

Visitare gli infermi Il “buon samaritano” del Vangelo offre al cristiano una traccia di comportamento caritativo esemplare. Appresta all’infortunato le cure immediate, lo trasporta al pronto soccorso, paga di proprio per le cure più appropriate, si impegna a ritornare per vedere il malato. In sintesi dà allo sconosciuto sostegno sanitario e calore umano.  Il primo atto di misericordia verso il malato è di impegnarci perché abbia una cura efficace, nell’ambito di una reale protezione sanitaria, accessibile a tutti, eventualmente integrando finanziariamente medicine e cure non previste. Il malato però, oltre alle medicine e al ricovero in ospedale, ha bisogno di umanità.  La sua condizione lo rende particolarmente sensibile all’affetto, al colloquio, al rapporto personale.  C’è qui un grande spazio per l’esercizio della misericordia, soprattutto per i malati che non hanno nessuno e che, per la lontananza dalla propria residenza, più difficilmente vedono parenti e amici. Dovunque ci sono malati, lì il Signore dà appuntamento ai cristiani.

Visitare i carcerati Quest’opera di misericordia è una delle più difficili da praticare, giacché il carcere non è un ambiente aperto e accessibile a chiunque. Le leggi e i regolamenti consentono visite esclusivamente a persone autorizzate e a volontari preparati. L’opera di misericordia è comprensibile e attuale se si considera il problema del carcere nel suo insieme e nei riflessi che produce.  Anzitutto il carcerato è un uomo che soffre, perché privato della libertà, perché si sente causa di altre sofferenze, perché si sente emarginato e condannato ancora prima della sentenza definitiva. Finché sta in carcere è sempre possibile tenere con lui un rapporto epistolare: è una strada per impedire che la violenza del contesto carcerario lo faccia disperare.  Forse l’aiuto maggiore può essere offerto al termine della pena: un aiuto fatto di vicinanza, di sostegno nel reinserimento lavorativo, nel recupero di relazioni più o meno compromesse. Più grave, in alcuni casi, è la situazione della famiglia. Il coniuge deve portare il peso della solitudine e dell’umiliazione e spesso deve affrontare seri problemi finanziari. I bambini, vittime innocenti, talvolta leggono sul volto del coetaneo lo scherno e il disprezzo; rischiano di veder segnata la loro fanciullezza e adolescenza da un marchio: sono i figli del carcerato. La pietà cristiana può fare molto: educare la comunità ad evitare assurde condanne e a porsi, invece, in atteggiamento di accoglienza e di solidarietà.

Seppellire i morti La presenza dei cristiani ai funerali, costituisce il commiato della comunità di fede alla sorella o al fratello partiti per l’incontro definitivo con il Signore. Il culto per la salma di chi ci ha lasciati è la continuazione del rispetto e della venerazione dovuti alle persone vive. Per essere autentico il culto dei morti deve riflettere un sincero impegno per la vita.  Anzitutto la misericordia va usata per i morenti: vi sono coinvolti i presenti, i vicini, il personale sanitario (medici, infermieri), la comunità cristiana nel suo insieme. Tutti sono impegnati ad aiutare i fratelli e le sorelle a morire bene: senza forme di terrorismo psicologico, ma anche senza evasioni. Si devono preparare le persone ad incontrarsi con il Signore, presentandolo come padre e amico, attraverso la preghiera e la ricezione dei Sacramenti. È atto di misericordia rasserenare i morenti, assicurando loro la vicinanza solidale alle persone che rimangono, soprattutto se si tratta del coniuge e dei figli in tenera età. È atto di misericordia anche diffondere una cultura cristiana della morte, inserendola nel contesto della vita umana.  La morte non deve mai essere provocata, né dall’alcool, né dalla droga, né da altre violenze o inutili imprudenze; ma quando arriva va accolta nello spirito della fede: è il passaggio verso la comunione definitiva e gloriosa con Dio.




Tempo di Pasqua – Liturgia

 I cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di Resurrezione alla solennità di Pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come “la grande domenica”.  Le domeniche di questo tempo vengono considerate come domeniche di Pasqua e, dopo la domenica della Resurrezione, si chiamano domeniche “II, III, IV, V, VI, VII di Pasqua”.
Questo sacro tempo di cinquanta giorni termina con la domenica di Pentecoste, la celebrazione della quale quindi chiude il Tempo di Pasqua.

Carattere liturgico

I quaranta giorni fino all’Ascensione sono vissuti nella gioia esuberante della presenza del Cristo risorto.
I dieci giorni successivi, fino a Pentecoste, sono vissuti nella gioiosa attesa del dono nuziale della Spirito Santo.
Il colore liturgico è il bianco.
Il giorno di Pentecoste il colore liturgico è il rosso.

Struttura del Tempo di Pasqua

La settimana “in Albis” (ottava di Pasqua)

• La Liturgia della Parola in tutti i giorni dell’ottava pasquale presenta una struttura tipicamente festiva, con lettura, epistola e vangelo. Le pericopi sono ovviamente focalizzate sul mistero della Resurrezione.
• Accanto alle Messe nel giorno, a cominciare da Pasqua e fino alla Domenica “in Albis depositis” sono proposte particolari Messe per i battezzati. E’ una opportunità pastorale e catechetica per itinerari di iniziazione cristiana, eventualmente utilizzabile anche al di fuori di questa settimana. I testi di queste Messe sono in stretta consonanza con i temi delle omelie di Ambrogio.
• L’ottava si conclude con la Domenica “in Albis depositis”, che è incentrata sul Vangelo della manifestazione del Risorto “otto giorni dopo”.

Il tempo pasquale fino all’Ascensione

• Le Liturgie della Parola nelle due Domeniche pasquali immediatamente successive alla Domenica in Albis presentano alla contemplazione dei credenti i lineamenti del Risorto (Agnello di Dio, Buon Pastore, Luce del mondo, Via Verità e Vita, Mediatore tra Dio e gli uomini); nelle successive due Domeniche si riascoltano le raccomandazioni comunicate dallo stesso Signore ai discepoli prima della sua “andata al Padre” ed è riproposto il suo annuncio del dono del Consolatore.
• Il Vangelo delle Ferie e dei Sabati è a ciclo unico e consiste nella lettura progressiva del Vangelo secondo Giovanni, in cui il tema pasquale dell’Agnello è premessa al dono dello Spirito.
• Nelle Ferie si sviluppa poi la lettura progressiva degli Atti degli Apostoli secondo due distinte serie di letture, ciascuno con uno sviluppo in sé compiuto, per i due cicli feriali.
• Nei Sabati, attraverso la prima lettera ai Corinzi, viene inoltre offerta: nel primo anno una catechesi sulla Resurrezione di Cristo, nel secondo una presentazione della Chiesa come corpo di Cristo.

L’Ascensione e il tempo pasquale dopo l’Ascensione

• L’Ascensione è celebrata il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. E’ previsto un apposito formulario per la celebrazione solenne vigiliare. Il Calendario Ambrosiano consente che, nei luoghi dove l’Ascensione non è festa civile, se ne possano riproporre, a discrezione dei pastori, eucologia e letture in una o più celebrazioni della Domenica dopo l’Ascensione.
• Le Ferie dopo l’Ascensione chiamano la Chiesa a rivivere l’esperienza degli Apostoli che, privati della tangibile presenza del Signore fra loro, attesero in preghiera l’effusione dello Spirito consolatore. Questa tensione spirituale, fortemente cristocentrica, è segnalata dall’accostamento delle pericopi evangeliche tratte dai capitoli 14-16 di S. Giovanni (i discorsi del congedo di Gesù dai Discepoli) con le sezioni del Cantico dei Cantici in cui la Sposa parla del suo Sposo assente e ne lamenta la lontananza.

La Domenica di Pentecoste

• Questa solennità rappresenta il suggello dell’intero tempo pasquale. L’effusione dello Spirito è il dono elargito da Dio ai Credenti dopo la glorificazione del suo Unigenito e dà compimento al mistero di salvezza realizzato nella Pasqua.
• Come nelle maggiori solennità dell’anno liturgico, la celebrazione di questo giorno si apre con una grande liturgia vigiliare, le cui letture veterotestamentarie presentano l’effusione dello Spirito come nuova teofania e dono agli uomini di una nuova vita fonte di comunione e di amore.

Particolarità liturgiche ambrosiane

•Ogni giorno dell’ottava di Pasqua, detta anche settimana “in Albis”, fino al sabato “in Albis depositis” compreso, è celebrato come solennità del Signore.
• Al Giovedì “in Albis” vi è la commemorazione del transito e della sepoltura di S. Ambrogio. In alternativa alla prevista pericope dagli Atti degli Apostoli e relativo Salmo, si può leggere il testo della Depositio, tratto dalla biografia di Paolino con il Salmo 114 molto adatto a questo mesto ricordo.
• Durante l’ottava di Pasqua nelle Chiese in cui si celebrano più Messe, è bene usare, almeno una volta al giorno, il formulario “per i battezzati” o “in memoria del battesimo”.
• In conformità alla tradizione che la Chiesa ambrosiana condivide con altre Chiese, il giovedì della IV settimana di Pasqua è segnalato con la dicitura “A metà della festa”, cui corrisponde una specifica pericope evangelica (Gv 7, 14-24) che inizia con: “In quel tempo. Quando ormai si era a metà della festa, il Signore Gesù salì al tempio e si mise ad insegnare.”
• Come già detto, l’Ascensione si celebra nel suo giorno proprio (il quarantesimo dopo Pasqua). Per ragioni pastorali, quando lo si ritenga opportuno, i testi del Lezionario e del Messale possono essere riproposti anche in una o più celebrazioni della domenica successiva. Questa possibilità però non deve diventare un alibi per non curare la partecipazione della comunità alla festa del giovedì.
• Per la grande Vigilia di Pentecoste, analogamente a quanto previsto per quelle di Natale e dell’Epifania, dove è possibile, dovrebbe celebrarsi un’unica Messa nell’arco dell’intera giornata, corrispondente alla liturgia vesperale vigiliare. Per motivate necessità pastorali possono essere, in via eccezionale, celebrate Messe anche al mattino utilizzando il formulario eucologico del sabato della VII settimana di Pasqua con le letture della Messa vigiliare.

(Citazioni dal sito della Diocesi e dal Messale ambrosiano quotidiano.)

(http://www.cattoliciromani.com/59-liturgia-ambrosiana/34431-il-tempo-di-pasqua-nel-rito-ambrosiano)




Tempo di Quaresima – La Carità

Ripercorriamo in questa Quaresima il significato delle sette opere di misericordia corporale proviamo a rendere reale quello che il Signore ci chiede con il suo comandamento dell’Amore.  Il libro La Grammatica dell’amore di Enzo Bianchi ci propone di guardare con gli occhi del nostro tempo le sette opere di misericordia corporale, introducendo questa riflessione con queste parole:

“Nel vangelo c’è una parola decisiva di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). È la “regola d’oro”, che stabilisce l’amore attivo di ciascuno di noi verso l’altro: una regola presente in tutte le culture della terra, perché elaborata dal “noi insieme” nel cammino di umanizzazione. È soprattutto in questa capacità che consiste l’immagine di Dio e la somiglianza con lui che ogni umano porta in sé (cf. Gen 1,26-27). A partire dalla pagina del giudizio universale ricordata sopra (a cui va aggiunto, per la sepoltura dei morti, il passo del libro di Tobia 12,12-13), si sono progressivamente individuate sette azioni di misericordia da compiere, dette anche azioni corporali, perché contrassegnate da un fare con il corpo intero verso il corpo di chi è nel bisogno.”

Le elenchiamo per farle ritornare alla memoria:

  1. Dare da mangiare agli affamati
  2. Dare da bere agli assetati
  3. Vestire quelli che sono nudi
  4. Ospitare i pellegrini
  5. Visitare i malati
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

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Ripercorriamo in questa Quaresima il significato di queste opere e proviamo a rendere reale quello che il Signore ci chiede con il suo comandamento dell’Amore.

Dar da mangiare agli affamati La fame continua ad essere presente nel mondo, nonostante i progressi tecnologici e la crescita della produzione alimentare e industriale. Non è il cibo che manca: manca un’equa distribuzione dei beni della terra. La fame è frutto della povertà e la povertà scaturisce dalle ingiustizie. C’è chi ha troppo e chi non ha nulla, o manca comunque del necessario.  Questa prima opera di misericordia corporale ci chiede anzitutto di aprire gli occhi sulla fame e sulla povertà del mondo: del mondo del sottosviluppo, dove la fame comporta non solo assenza di cibo, ma anche impossibilità a curare la salute, ad accedere alla scuola, ad avere un lavoro e un reddito; povertà del nostro Paese, dove pure esistono casi e fenomeni di povertà e di emarginazione.  La permanenza della povertà nel mondo ci dice che non è sufficiente il gesto occasionale di misericordia, che assicura un pasto a chi ha fame. La misericordia deve diventare costume di vita, deve portarci a verificare lo stile dei nostri consumi, ad evitare tutto ciò che è superfluo per destinarlo ai poveri ai quali appartiene, a praticare perciò non solo l’elemosina, ma la condivisione, la comunione con gli altri. La misericordia di Cristo, infatti, alla quale facciamo riferimento, nella fede, è stata ed è condivisione.

Dar da bere agli assetati La mancanza di acqua richiama all’attenzione la situazione catastrofica del Sahel, una larga fascia a sud del Sahara, che tocca diversi paesi africani, dove da anni piove sempre meno e dove le sabbie del deserto avanzano, seminando la morte: senza acqua non si può vivere, non si può coltivare, è impossibile l’igiene, problematica la prevenzione come anche la cura delle malattie. Questo disastro ecologico sahariano è da imputare in parte non trascurabile – dicono i biologi – all’opera nefasta dell’uomo.  Il terreno era costituito da savana e da vegetazione arborea xerofila – cioè amante del secco – capace di resistere all’enorme secchezza dell’ambiente. Questa vegetazione manteneva una ricchissima fauna: giraffe, rinoceronti, antilopi ecc. La fauna è stata distrutta e sostituita da enormi mandrie di bovini, che hanno calpestato e appiattito il terreno, annientando la vegetazione erbosa e accelerando l’erosione del suolo. Enormi distese sono diventate improduttive in seguito al tentativo di coltivare piante inadatte; i pastori hanno bruciato sconsideratamente la savana per favorire la produzione di erba verde per i bovini, eliminando i già scarsi alberi; la piovosità è diminuita per il continuo indietreggiare della grande selva ombrifera del Congo.  Il disastro del Sahel deve renderci pensosi. Noi pure rischiamo di distruggere con le nostre mani il nostro ambiente umano. Ora però urge salvare la vita di migliaia di fratelli. Un pozzo d’acqua: forse una persona da sola non può donarlo. Una famiglia, un gruppo di famiglie, una parrocchia tutta insieme, sì. Il Signore ritiene dato a sé un bicchiere d’acqua fresca offerto ai fratelli più umili e bisognosi.

Il tempo di Quaresima è tempo di preghiera e di conversione. Continuiamo a riflettere sulle opere di misericordia corporale in modo che il nostro cuore si avvicini al fratello sofferente e si renda prossimo.

 

Vestire gli ignudi Ci sono nudità da intendersi in senso letterale come impossibilità, cioè, di coprirsi per difendersi dal freddo, e per presentarsi dignitosamente agli altri: è la nudità più umiliante, segno e frutto di estrema povertà. E’ opera di misericordia donare un vestito, indumenti intimi, calzature a chi ne è privo. E’ misericordia vera se gli indumenti donati sono in ottimo stato, possibilmente nuovi, acquistati con nostro sacrificio, magari risparmiando sui nostri vestiti, evitando l’esibizionismo del capo firmato.  Certa carità, fatta con vestiti vecchi e rattoppati, liberandoci di cose inutili che noi non indosseremmo mai, viene identificata dalla gente semplice come “carità pelosa”. C’è anche una nudità che coincide con l’assenza di un tetto. Nelle grandi città ci sono i cosiddetti “baraccati”. Le baracche sono l’ultimo anello di una serie di abitazioni chiamate eufemisticamente “improprie”. Impropria significa molto spesso: umidità che deturpa e consuma, assenza di servizi igienici, promiscuità per la ristrettezza dei locali, rischio di malattie infettive.  Le baracche non ci sono ovunque; abitazioni improprie esistono in ogni città. La carità in questi casi deve procedere strettamente collegata con la giustizia e deve tradursi nell’impegno politico perché il diritto alla casa sia una realtà per ogni uomo.

Alloggiare i pellegrini I pellegrini del nostro tempo si chiamano emigranti e immigrati. Il loro abbandono della patria, nella stragrande maggioranza, è composto dalla necessità.  E’ necessità dolorosa perché comporta: abbandono della propria terra, della famiglia, della rete di amicizie; disagio da inserimento abitativo, lavorativo, scolastico per i bambini, sanitario, relazionale anche per la non conoscenza della lingua; chiusura talvolta in un ghetto, che è guardato con diffidenza dalla popolazione locale e, in alcuni casi, è oggetto di punte razzistiche.  Fa opera di misericordia chi si impegna per: preparare l’emigrazione sia professionalmente sia spiritualmente, affinché le tradizioni religiose siano salvaguardate nel nuovo contesto; aiutare i nuovi immigrati ad inserirsi nell’ambiente, ad apprendere la lingua, a conoscere leggi, usi e costumi, a trovare una sistemazione dignitosa sia sul piano abitativo che sul piano lavorativo; diffondere la cultura dell’accoglienza: gli immigrati non sono solo portatori di “bisogno”; sono anche portatori di valori, sono ricchezza per la comunità che li accoglie.

Visitare gli infermi Il “buon samaritano” del Vangelo offre al cristiano una traccia di comportamento caritativo esemplare. Appresta all’infortunato le cure immediate, lo trasporta al pronto soccorso, paga di proprio per le cure più appropriate, si impegna a ritornare per vedere il malato. In sintesi dà allo sconosciuto sostegno sanitario e calore umano.  Il primo atto di misericordia verso il malato è di impegnarci perché abbia una cura efficace, nell’ambito di una reale protezione sanitaria, accessibile a tutti, eventualmente integrando finanziariamente medicine e cure non previste. Il malato però, oltre alle medicine e al ricovero in ospedale, ha bisogno di umanità.  La sua condizione lo rende particolarmente sensibile all’affetto, al colloquio, al rapporto personale.  C’è qui un grande spazio per l’esercizio della misericordia, soprattutto per i malati che non hanno nessuno e che, per la lontananza dalla propria residenza, più difficilmente vedono parenti e amici. Dovunque ci sono malati, lì il Signore dà appuntamento ai cristiani.

Visitare i carcerati Quest’opera di misericordia è una delle più difficili da praticare, giacché il carcere non è un ambiente aperto e accessibile a chiunque. Le leggi e i regolamenti consentono visite esclusivamente a persone autorizzate e a volontari preparati. L’opera di misericordia è comprensibile e attuale se si considera il problema del carcere nel suo insieme e nei riflessi che produce.  Anzitutto il carcerato è un uomo che soffre, perché privato della libertà, perché si sente causa di altre sofferenze, perché si sente emarginato e condannato ancora prima della sentenza definitiva. Finché sta in carcere è sempre possibile tenere con lui un rapporto epistolare: è una strada per impedire che la violenza del contesto carcerario lo faccia disperare.  Forse l’aiuto maggiore può essere offerto al termine della pena: un aiuto fatto di vicinanza, di sostegno nel reinserimento lavorativo, nel recupero di relazioni più o meno compromesse. Più grave, in alcuni casi, è la situazione della famiglia. Il coniuge deve portare il peso della solitudine e dell’umiliazione e spesso deve affrontare seri problemi finanziari. I bambini, vittime innocenti, talvolta leggono sul volto del coetaneo lo scherno e il disprezzo; rischiano di veder segnata la loro fanciullezza e adolescenza da un marchio: sono i figli del carcerato. La pietà cristiana può fare molto: educare la comunità ad evitare assurde condanne e a porsi, invece, in atteggiamento di accoglienza e di solidarietà.

Seppellire i morti La presenza dei cristiani ai funerali, costituisce il commiato della comunità di fede alla sorella o al fratello partiti per l’incontro definitivo con il Signore. Il culto per la salma di chi ci ha lasciati è la continuazione del rispetto e della venerazione dovuti alle persone vive. Per essere autentico il culto dei morti deve riflettere un sincero impegno per la vita.  Anzitutto la misericordia va usata per i morenti: vi sono coinvolti i presenti, i vicini, il personale sanitario (medici, infermieri), la comunità cristiana nel suo insieme. Tutti sono impegnati ad aiutare i fratelli e le sorelle a morire bene: senza forme di terrorismo psicologico, ma anche senza evasioni. Si devono preparare le persone ad incontrarsi con il Signore, presentandolo come padre e amico, attraverso la preghiera e la ricezione dei Sacramenti. È atto di misericordia rasserenare i morenti, assicurando loro la vicinanza solidale alle persone che rimangono, soprattutto se si tratta del coniuge e dei figli in tenera età. È atto di misericordia anche diffondere una cultura cristiana della morte, inserendola nel contesto della vita umana.  La morte non deve mai essere provocata, né dall’alcool, né dalla droga, né da altre violenze o inutili imprudenze; ma quando arriva va accolta nello spirito della fede: è il passaggio verso la comunione definitiva e gloriosa con Dio.




Tempo di Quaresima – Liturgia

9 aprile 2017 – Domenica delle Palme
Il Salmo 87, che la liturgia propone nella V domenica di Quaresima, ci può aiutare come preghiera di Quaresima. Riportiamo nel seguito la versione integrale.

Salmo 87 (88)

Signore, Dio della mia salvezza,
davanti a te grido giorno e notte.
Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio al mio lamento.

Io sono colmo di sventure,
la mia vita è vicina alla tomba.
Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa,
sono come un morto ormai privo di forza.

E’ tra i morti il mio giaciglio,
sono come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali tu non conservi il ricordo
e che la tua mano ha abbandonato.

Mi hai gettato nella fossa profonda,
nelle tenebre e nell’ombra di morte.
Pesa su di me il tuo sdegno
e con tutti i tuoi flutti mi sommergi.

Hai allontanato da me i miei compagni,
mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo;
si consumano i miei occhi nel patire.

Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti?
O sorgono le ombre a darti lode?

Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà negli inferi?
Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi,
la tua giustizia nel paese dell’oblio?

Ma io a te, Signore, grido aiuto,
e al mattino giunge a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi,
perché mi nascondi il tuo volto?

Sono infelice e morente dall’infanzia,
sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.
Sopra di me è passata la tua ira,
i tuoi spaventi mi hanno annientato,
mi circondano come acqua tutto il giorno,
tutti insieme mi avvolgono.
Hai allontanato da me amici e conoscenti,
mi sono compagne solo le tenebre.

 

 

 

Uno splendido Salmo, il 102, un inno alla misericordia di Dio, che la liturgia propone nella I domenica di Quaresima, il giorno delle Ceneri, ci può aiutare come preghiera di Quaresima.

Riportiamo nel seguito la versione integrale.

 

SALMO  102 (103)
Un inno alla misericordia di Dio
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,

salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia,

sazia di beni la tua vecchiaia,
si rinnova come aquila la tua giovinezza.

Il Signore compie cose giuste,
difende i diritti di tutti gli oppressi.

Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie,
le sue opere ai figli d’Israele.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.

Non è in lite per sempre,
non rimane adirato in eterno.

Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;

quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.

Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono,

perché egli sa bene di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.

L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni!
Come un fiore di campo, così egli fiorisce.

Se un vento lo investe, non è più,
né più lo riconosce la sua dimora.

Ma l’amore del Signore è da sempre,
per sempre su quelli che lo temono,
e la sua giustizia per i figli dei figli,

per quelli che custodiscono la sua alleanza
e ricordano i suoi precetti per osservarli.

Il Signore ha posto il suo trono nei cieli
e il suo regno domina l’universo.

Benedite il Signore, angeli suoi,
potenti esecutori dei suoi comandi,
attenti alla voce della sua parola.

Benedite il Signore, voi tutte sue schiere,
suoi ministri, che eseguite la sua volontà.

Benedite il Signore, voi tutte opere sue,
in tutti i luoghi del suo dominio.

Benedici il Signore, anima mia.

 




Tempo di Quaresima – Parola

In occasione della visita di Papa Francesco nelle terre ambrosiane, prepariamo i nostri cuori ad accoglierlo utilizzando il sussidio che è stato preparato per l’occasione, come guida e come aiuto alle nostre riflessioni e al confronto.

“Essere Chiesa – scrive papa Francesco – significa essere
popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre.
Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità.
Vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro
mondo, che spesso si perde, che ha bisogno di avere risposte
che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel
cammino. La Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita,
dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a
vivere secondo la vita buona del Vangelo” (EG 114).

Il sussidio si divide in 3 parti:

1. POPOLO DI DIO
2. POPOLO NELLA CITTA’
3. POPOLO PER TUTTI I POPOLI

Perché il “popolo di Dio” è chiamato ad essere testimone e discepolo. E’ un popolo che vive nella città degli uomini per annunciare e portare la salvezza con parole e gesti riconcilianti e consolanti. E’ un popolo per tutti i popoli che parla le loro molteplici lingue, che apprezza e valorizza le loro differenti culture.

1. POPOLO DI DIO
La Chiesa come popolo di Dio è una espressione molto cara a papa Francesco.
La fisionomia del popolo di Dio risiede nella gioiosa fatica di stare dentro il tempo che ci è dato, vicini alla gente, soprattutto accanto ai poveri. Decisiva a questo proposito appare la famiglia, vera “Chiesa domestica” (LG 11), perché sia sempre più il soggetto fondamentale dell’azione pastorale e di evangelizzazione.
Nel processo di riforma verso cui ci spinge papa Francesco ci aiutano grandi figure di santità che anche recentemente hanno fecondato il terreno della Chiesa ambrosiana: arcivescovi (Andrea Carlo Ferrari, Alfredo Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini), laici (Gianna Beretta Molla, Contardo Ferrini), consacrati (Enrichetta Alfieri, Samuele Marzorati, Luigi Monti, Ludovico Pavoni, Eugenia Picco, Maria Anna Sala), sacerdoti (Luigi Biraghi, Carlo Gnocchi, Giovanni Mazzucconi, Luigi Monza, Serafino Morazzone, Luigi Talamoni,
Clemente Vismara), tutti con spiccate attitudini educative, sociali o caritative e capaci di rivelare il coraggio della Chiesa in uscita che non teme il confronto con i cambiamenti più radicali.
Nel cammino di questi anni ci siamo riscoperti popolo multiforme, ricco di soggetti, con carismi e ministeri diversi. Papa Francesco trova nella Chiesa ambrosiana la ricchezza di carismi condivisi, antichi e nuovi, che stanno imparando a camminare insieme (syn-odos) mettendo a disposizione della Chiesa i propri doni. Associazioni, movimenti, aggregazioni ecclesiali, insieme agli istituti di vita consacrata, segnano da lungo tempo la vita ambrosiana.

 

Il secondo appuntamento in preparazione alla visita del Santo Padre ci propone un approfondimento su:

2. IL POPOLO NELLA CITTA’

“L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune

patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti Paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare

per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità” (EG 52).

Prima che dalle buone intenzioni e dai progetti futuri, occorre partire dal bene che già c’è, che ha permesso a Milano e alle terre ambrosiane di conoscere una storia di crescita e di rinascita.

Affrontando e accettando, noi per primi come occasione di verifica della fede, le sfide e le emergenze che colpiscono noi e i nostri fratelli uomini con cui viviamo fianco a fianco nella città (educazione, povertà, lavoro, migrazioni, etc…) e che suscitano domande e provocazioni che mettono in difficoltà vecchi schemi interpretativi e tentativi di risposta, abbiamo l’occasione di uscire dall’autoreferenzialità e riscoprire “l’intelligenza” della fede che diventa intelligenza della realtà (papa Benedetto XVI, Roma 21 maggio 2010).

Tali sfide ed emergenze sono di fatto occasione di dialogo, non ridotto a dialettica, negoziazione o dibattito di opinioni, ma come innescarsi di processi, di un “fare insieme” con i nostri fratelli uomini.

La Milano che si prepara ad accogliere papa Francesco è una città che sta vivendo sulla propria pelle quel cambiamento d’epoca (molto più potente di una semplice epoca di cambiamenti) di cui il Papa parla spesso.

La visita di papa Francesco diventa un dono prezioso, dentro questo processo di ricerca e di ricostruzione dell’anima della città. Ci dà infatti energie per superare la paura che genera atteggiamenti irrigiditi e forme di chiusura. Chiede al popolo cristiano di essere sentinella e antidoto, perché queste paure non prendano corpo e non si agglutinino in movimenti sociali e culturali; chiede di trasformare ciò che viviamo come una semplice emergenza (la presenza di tanti profughi, l’apparire di nuove forme di povertà e di emarginazione) in uno strumento per una rieducazione del nostro cuore e delle nostre menti.

La testimonianza è il principio che ci permette di abitare senza paura e inibizioni il cambiamento d’epoca. La testimonianza è il cuore che fa di noi un popolo capace di abbracciare tutti i popoli.

3. POPOLO PER TUTTI I POPOLI

Milano terra di mezzo. Le terre ambrosiane sono sempre state terre di incontro e di scambio, luoghi di accoglienza e di sviluppo. Di fronte alle grandi trasformazioni in atto Milano ha la responsabilità di saper realizzare un meticciato urbano che sappia essere l’alternativa a forme di separazione e di discriminazione, di rifiuto e di scarto. Il popolo ambrosiano può mostrare come la cultura dell’incontro e la civiltà dell’amore possono essere una reale alternativa alla globalizzazione dell’indifferenza e alla guerra di civiltà. In questa sfida vale la pena giocare l’originale impronta ambrosiana: la nostra identità di popolo di Dio può giocare un ruolo (e lo sta facendo) nel costruire un concetto di pace che non sia soltanto negativo (evitare conflitti) ma positivo e dialogico (favorire incontri e relazioni, lavorare per generare quell’amicizia civica che è la base di ogni convivenza).

““Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore

di Cristo risorto” (EG 2).

 




Quaresima 2017

La Parola è un dono. L’altro è un dono.
Riportiamo il testo integrale del Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2017 sul tema “La Parola è un dono. L’altro è un dono”, pubblicato il 7 febbraio 2017.

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» ( Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l ‘amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19- 31)*. Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.

  1. L’altro è un dono

La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.

La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco.

  1. Il peccato ci acceca

La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia (cfr Omelia nella S. Messa, 20 settembre 2013).

Dice l’apostolo Paolo che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.

La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.

Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).

  1. La Parola è un dono

Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.

La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all’obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore – che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore – ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell’incontro nell’unica famiglia umana. Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua.

Dal Vaticano, 18 ottobre 2016

Festa di San Luca Evangelista

FRANCESCO

© Libreria Editrice Vaticana

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Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

 «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

 E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Parola del Signore

 




Venerdì di Quaresima nel Rito Ambrosiano

GIORNO ALITURGICO I venerdì di quaresima, in analogia al Venerdì Santo, nel Rito Ambrosiano si sono conservati aliturgici, cioè privi della Celebrazione Eucaristica. Il rito della Chiesa di Milano vuole accentuare questo clima con una caratteristica del tutto particolare: i cosiddetti “venerdì aliturgici”, nei quali non si celebra la Messa né si distribuisce la Comunione Eucaristica.

Ricercare l’origine storica di questa tradizione non è facile.
• Per alcuni studiosi, in questo la liturgia ambrosiana si avvicinerebbe alle chiese orientali, nelle quali in Quaresima tutti i giorni della settimana, eccetto il sabato e la domenica sono aliturgici.
• Secondo altri, e tra questi il più eminente è il Beato card. Schuster, l’origine sarebbe molto antica e risalirebbe ai tempi in cui la liturgia eucaristica, sempre in Quaresima, era celebrata al calar del sole: poiché di venerdì la preghiera vespertina si prolungava con una veglia composta di salmi, letture ed orazioni che, di fatto, terminavano con una celebrazione eucaristica quando ormai spuntava l’aurora del sabato, il venerdì restava privo della celebrazione della Messa.
L’ arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, con parole che ancora oggi conservano la loro attualità e la loro carica spirituale: “La proibizione di celebrare la santa Messa e di distribuire la santa Comunione nei venerdì di Quaresima fa parte dell’estrema accentuazione del carattere penitenziale della Quaresima: si arriva alla coscienza dolorosa della propria indegnità ed all’esperienza, che sa di morte, della perdita del Dio vivo. La devozione di chi comprende il mistero del peccato e della croce deve arrivare a questa tremenda avvertenza, che rasenta il confine dello spavento e della dispersione”.
In questo giorno: viene raccomandata la celebrazione comunitaria della Liturgia delle Ore, ed in particolare la celebrazione solenne dei Vespri col popolo; può essere anche lodevolmente svolto il pio esercizio della Via Crucis.




Cresimandi e cresimati a San Siro con Papa Francesco

Carissimi,
come saprete il 25 marzo avremo Papa Francesco a Milano. Per i cresimandi 2017 e i cresimati 2016 ci sarà l’incontro allo Stadio di San Siro con il Santo Padre.

Potete leggere tutti i dettagli cliccando sul link qui sotto.

http://www.chiesadimilano.it/pgfom/oratorio-e-ragazzi/servizio-ragazzi/oratorio-e-ragazzi/papa-francesco-con-i-cresimandi-2017-e-i-cresimati-2016-a-san-siro-il-25-marzo-1.132934

La nostra Parrocchia ha riservato i posti per tutti i cresimati 2016 e i cresimandi 2017. Naturalmente la partecipazione non è obbligatoria, ma è senz’altro una occasione da non perdere.

Per organizzare al meglio l’evento vi chiediamo di iscrivere i vostri figli entro martedì 14 febbraio presso la segreteria dell’oratorio indicando nome cognome e portando € 5,00 (richiesti dalla Fom Chiesa di Milano) per la realizzazione dell’evento e per il materiale che verrà dato ai ragazzi.

Naturalmente chi ha la catechesi venerdì e domenica potrà iscriversi in quelle giornate.

Tutti i dettagli verranno comunicati per tempo.

A presto

Raffaella




Tempo dopo l’Epifania – Carità

La carità infatti, è inseparabile dalla vita di fede. Nella carità i singoli credenti e tutta la Chiesa esprimono sè stessi, la loro profonda identità. Orbene l’identità profonda del cristiano e della Chiesa è la sequela, il discepolato, l’obbedienza, la testimonianza nei confronti di Gesù. C’è anzitutto Cristo, c’è il mistero dell’unione di Cristo con ogni uomo con ogni sofferenza, con ogni speranza, con ogni storia umana; c’è il disegno del Padre che ha voluto che un uomo, Gesù di Nazareth, fosse unito a lui nell’amore dello Spirito Santo come Figlio Unigenito e ha voluto che ogni altro uomo fosse suo figlio per partecipazione alla vita di Gesù in forza dello Spirito Santo. Tutta la nostra attenzione alla storia della Carità non deve mai dimenticare, direbbe Papa Francesco che la Chiesa non è semplicemente una ”onlus umanitaria”, ma è la comunità dei discepoli di Cristo, che cammina per fede nel Padre ed opera nella forza dell’amore che riceve dallo Spirito Santo.

Come aiuto alla riflessione sulla carità, in questo tempo forte, leggiamo «Ri-farsi prossimo», la  Lettera pastorale del vescovo Nazzareno Marconi (dicembre 2016)  che a proposito di questa Lettera spiega:  «A trenta anni di distanza, il mio testo si ispira al documento “Farsi prossimo” del cardinale Carlo Maria Martini».

(“Farsi prossimo” è la lettera pastorale che conclude, nel progetto del cardinal Martini, la contemplazione sull’essere della comunità cristiana. Dopo aver invitato a riflettere sulla dimensione contemplativa, l’Eucaristia e la missione, affrontando il tema della carità, l’Arcivescovo richiama le condizioni e il frutto dell’evangelizzazione. L’icona evangelica del buon Samaritano richiama alla necessità di accogliere cordialmente ogni uomo nelle concrete situazioni dell’esistenza. Il farsi prossimo ai fratelli conferma, con la testimonianza della vita, il messaggio evangelico.)

 

L’intera Lettera pastorale “Ri-farsi prossimo” Ri-farsi Prossimo – Lettera Pastorale sulla Carita’ 2016-2017

“Farsi prossimo” del cardinale Carlo Maria Martini Farsi prossimo Martini

 




Tempo dopo l’Epifania – Liturgia

Il Tempo che segue la celebrazione dell’Epifania, nel rito Ambrosiano, si pone come eco della solennità. Le domeniche, a partire dalla II dopo l’Epifania, attraverso la presentazione dei segni compiuti da Cristo, ne vengono manifestando la messianicità e la divina signoria. Esso inizia il lunedì che segue la domenica dopo il 6 gennaio, cioè la I domenica dopo l’Epifania, detta del Battesimo del Signore, e si protrae fino all’ora nona compresa del sabato che precede la domenica all’inizio della Quaresima.

Colore liturgico

Il colore liturgico è il verde.

Struttura del Tempo dopo l’Epifania

In ragione della mobilità della Pasqua, il tempo dopo l’Epifania consta al massimo di 8 domeniche e 9 settimane (la prima domenica dopo l’Epifania fa infatti ancora parte del tempo di Natale).

Le domeniche.
• Le due prime domeniche del tempo hanno un particolare legame con l’Epifania. Infatti sulla scia dell’inno epifanico della Chiesa milanese:
o nella II domenica dopo l’Epifania si ricorda il miracolo delle nozze di Cana.
o nella III domenica dopo l’Epifania (se non deve cedere il posto alla festa della Santa Famiglia, vedi il paragrafo sulle particolarità liturgiche) si fa memoria della moltiplicazione dei pani.

• Dalla IV domenica dopo l’Epifania vengono presentati i segni della messianicità di Cristo:
o la signoria di Cristo sulla creazione (IV domenica)
o la signoria di Cristo sulla vita (V domenica)
o la potenza taumaturgica di Cristo e la sua filantropia (VI domenica)
o il potere di Cristo di liberare dai demoni e di rimettere i peccati (VII domenica)

• Le due ultime domeniche dopo l’Epifania (dette rispettivamente “della divina clemenza” e “del perdono”), che immediatamente precedono il Tempo quaresimale sviluppano i due più rilevanti aspetti della Misericordia divina: la clemenza ed il perdono, a fronte del cammino di conversione dell’uomo.

I sabati.
A partire dal sabato che segue la domenica del Battesimo del Signore e per tutte le successive settimane fino alla Quaresima – poi si proseguirà nelle settimane che dalla Pentecoste si susseguono fino alla fine dell’anno liturgico -, sulla scia della proclamazione sabbatica della Legge che ha alimentato l’esperienza religiosa dei primi discepoli e li ha preparati a riconoscere in Gesù il Cristo di Dio, il Lezionario propone come Lettura le pagine del Pentateuco, commentate ricorrendo al magistero paolino e considerate nella prospettiva del Cristo annunciato dai Vangeli.

Le ferie.
Il Tempo dopo l’Epifania si caratterizza, nel suo ciclo feriale, quale manifestazione della Sapienza divina, cui dà voce anzitutto il libro del Siracide. Le pericopi che ne scandiscono la lettura progressiva, e le successive pericopi dal libro della Sapienza e dal Qoelet, sviluppano una illuminante riflessione sulla storia e sulla realtà dell’uomo.
Agli interpreti del pensiero religioso di Israele si affianca lungo tutte le settimane del tempo dopo l’Epifania il “lieto annuncio di Gesù Cristo” proclamato attraverso il vangelo secondo Marco.
Particolarità liturgiche ambrosiane
• Nell’ultima domenica di gennaio si celebra la festa della santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Tale festa prevale sulla corrispondente domenica dopo l’Epifania.
• Le due ultime domeniche dopo l’Epifania (“della divina clemenza” e “del perdono”), che precedono immediatamente il Tempo quaresimale, devono essere sempre celebrate, salvo il caso in cui la penultima venga a coincidere con l’ultima domenica di gennaio, festa della Santa Famiglia.

(Citazioni dal sito della Diocesi e dal Messale ambrosiano quotidiano.)




Tempo dopo l’Epifania – Parola

I Magi mossi dalla “nostalgia di Dio” contrapposti ad Erode, chiuso nel culto di sé e della “vittoria a tutti i costi”. Intorno a queste due immagini il Papa ha svolto l’omelia della Messa da lui presieduta il 6 gennaio nella Basilica di San Pietro per la solennità dell’Epifania del Signore. Francesco ha sottolineato quanto il cammino più difficile che i Magi fecero è stato scoprire che il Dio da adorare non schiavizza né umilia, ma perdona e guarisce. Occorre però avere un cuore aperto e non anestetizzato come quello di Erode.

Mt 2,1-12
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.

Dal Vangelo secondo Matteo

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Parola del Signore

Come è lontana per alcuni Gerusalemme da Betlemme, come è lontano Erode che dorme dai Magi che sono in cammino. L’ampia riflessione del Papa accompagnata nella splendida Basilica Vaticana dal coro della Cappella Sistina, muove da due azioni dei Magi che risaltano nel Vangelo di Matteo: “vedere e adorare”.

I Magi vedono la stella perché in cammino spinti dalla nostalgia di Dio
I “magi non si misero in cammino perché avevano visto la stella”, spiega Francesco, riprendendo S. Giovanni Crisostomo; essa infatti “non brillava in modo esclusivo né loro avevano un Dna speciale per scoprirla”, ma “videro la stella perché si erano messi in cammino”, cioè avevano il “cuore aperto all’orizzonte:
“Poterono vedere quello che il cielo mostrava perché c’era in loro un desiderio che li spingeva: erano aperti a una novità. I magi, in tal modo, esprimono il ritratto dell’uomo credente, dell’uomo che ha nostalgia di Dio; di chi sente la mancanza della propria casa, la patria celeste. Riflettono l’immagine di tutti gli uomini che nella loro vita non si sono lasciati anestetizzare il cuore”.

La nostalgia di Dio contro il determinismo e i profeti di sventura
La “santa nostalgia di Dio”, spiega Francesco, è quella che “ci permette di tenere gli occhi aperti davanti ai tentativi di ridurre e di impoverire la vita”, è“ la memoria credente che si ribella di fronte a tanti profeti di sventura” ed ha animato diverse figure evangeliche che il Papa cita. Ha spinto tutti i giorni Simeone al Tempio, nella certezza che avrebbe tenuto in braccio il Salvatore prima di morire, ha ricondotto il figlio prodigo dal padre, ha spinto il pastore a lasciare le novantanove pecore per cercare quella smarrita. Ed è la” santa nostalgia di Dio” che Maria Maddalena sperimenta “la mattina di Pasqua per andare di corsa al sepolcro a cercare il Maestro risorto”:
“La nostalgia di Dio ci tira fuori dai nostri recinti deterministici, quelli che ci inducono a pensare che nulla può cambiare. La nostalgia di Dio è l’atteggiamento che rompe i noiosi conformismi e spinge ad impegnarci per quel cambiamento a cui aneliamo e di cui abbiamo bisogno. La nostalgia di Dio ha le sue radici nel passato ma non si ferma lì: va in cerca del futuro”.

Il credente alla ricerca Dio nei luoghi più reconditi
Il credente “nostalgioso”, continua il Papa, “spinto dalla sua fede, va in cerca di Dio, come i Magi, nei luoghi più reconditi della storia, perché sa in cuor suo che là lo aspetta il Signore”:
“Va in periferia, in frontiera, nei luoghi non evangelizzati, per potersi incontrare col suo Signore; e non lo fa affatto con un atteggiamento di superiorità, lo fa come un mendicante che non può ignorare gli occhi di colui per il quale la Buona Notizia è ancora un terreno da esplorare”.

Erode non cerca Dio ma dorme immerso nel culto di sé
Contrapposto a questo atteggiamento di ricerca, spiega Francesco, c’è quello di chi, come Erode, mentre i magi camminavano a poca distanza da Betlemme, dormiva, “sotto l’anestesia di una coscienza cauterizzata, e rimase sconcertato, ebbe paura”:
“E’ lo sconcerto che, davanti alla novità che rivoluziona la storia, si chiude in sé stesso, nei suoi risultati, nelle sue conoscenze, nei suoi successi. Lo sconcerto di chi sta seduto sulla ricchezza senza riuscire a vedere oltre. Uno sconcerto che nasce nel cuore di chi vuole controllare tutto e tutti. E’ lo sconcerto di chi è immerso nella cultura del vincere a tutti i costi; in quella cultura dove c’è spazio solo per i “vincitori” e a qualunque prezzo”.
Uno sconcerto dunque che nasce dalla paura “davanti a ciò che ci interroga e mette a rischio le nostre sicurezze, i nostri modi di attaccarci al mondo e alla vita”. Lo provò Erode, che per questo “andò a cercare sicurezza nel crimine”, nell’uccisione di tanti bambini.

Dio è voluto nascere dove non lo aspettavamo
L’altra azione dei Magi che risalta nel Vangelo, è “adorare”. Essi giunsero dall’Oriente, fa notare Francesco, in un Palazzo, cioè nel “luogo più idoneo” per un Re, “segno di potere, di successo, di vita riuscita”, gli “idoli a cui rendiamo culto”, ma che promettono “solo tristezza e schiavitù”. Fu proprio lì, in quel Palazzo – è la forte sottolineatura del Papa – che per i Magi ” cominciò il cammino più lungo”, “l’audacia più difficile”: scoprire che ciò che “cercavano non era nel Palazzo ma si trovava in un altro luogo, non solo geografico ma esistenziale”; scoprire “un Dio che vuole essere amato solo nel segno della libertà e non della tirannia”.
“Scoprire che lo sguardo di questo Re sconosciuto – ma desiderato – non umilia, non schiavizza, non imprigiona. Scoprire che lo sguardo di Dio rialza, perdona, guarisce. Scoprire che Dio ha voluto nascere là dove non lo aspettavamo, dove forse non lo vogliamo. O dove tante volte lo neghiamo. Scoprire che nello sguardo di Dio c’è posto per gli ultimi, feriti, gli affaticati, i maltrattati e gli abbandonati: che la sua forza e il suo potere si chiama misericordia. Com’è lontana, per alcuni, Gerusalemme da Betlemme!”

Il culto di sé stessi impedisce di aprirsi a Dio
Dunque Erode, è la conclusione di Francesco, “non può adorare perché non ha voluto né potuto cambiare il suo sguardo” , “non ha voluto smettere di rendere culto a sé stesso” e come lui i sacerdoti non potevano adorare perché pur conoscendo le profezie, non erano ”disposti né a camminare né a cambiare”. Ad entrambi ancora una volta si contrappongono i Magi:
“Erano abituati, assuefatti e stanchi degli Erode del loro tempo. Ma lì, a Betlemme, c’era una promessa di novità, una promessa di gratuità. Lì stava accadendo qualcosa di nuovo. I magi poterono adorare perché ebbero il coraggio di camminare e prostrandosi davanti al piccolo, prostrandosi davanti al povero, prostrandosi davanti all’indifeso, prostrandosi davanti all’insolito e sconosciuto Bambino di Betlemme, lì scoprirono la Gloria di Dio”.

(Servizio di Gabriella Ceraso)




Tempo di Natale – Parola

Lettura del Vangelo secondo Luca 1, 26-38a

In quel tempo. L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».