Inizio dell’anno oratoriano

Milano Sant’Agostino 9 ottobre 2016
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Prima Messa di don Michele Santini

Milano 18 giugno 2017

Caro don Michele, siamo davvero in molti oggi a ringraziare il Signore per il dono del tuo sacerdozio.
Ti è accanto la comunità cristiana di Sant’Agostino che ha goduto del tuo ministero in questi due anni, papà e mamma, tuo fratello e i tuoi nipoti e i tuoi amici.
Sono papà e mamma in questo momento i più commossi.
A loro don Bosco direbbe:
“Ricordatevi che il più bel dono di Dio a una famiglia è un figlio sacerdote.

Ed è molto bello che questa tua Prima Messa qui a Milano avvenga alla presenza del popolo di Dio, di tante persone che hanno percorso con te un tratto di strada, perché il dono che un uomo fa di se stesso nella vita sacerdotale non è una scelta privata, ma è una scelta di servizio, una scelta di amore.

Ogni sacerdote è un dono che Dio fa agli uomini.

Credo siano almeno due le domande che ciascuno di voi in questo momento si pone:

  • Cosa vuol dire essere prete?
  • Che cosa spinge ancora un giovane a regalare tutta la sua vita al Signore nella chiesa?

1 – Alla prima domanda mi limiterò a dare una risposta semplice e breve, riprendendo una bella espressione che Sant’Ambrogio riferisce a Pietro.

Gesù “sul punto di salire al cielo, ci ha lasciato Pietro come vicario del suo amore (In Lucam X, 175: “elevandus in coelum, amoris sui nobis velut vicarium relinquebat“). Poiché Gesù oggi non è più fisicamente presente in mezzo a noi, i preti esistono per continuare a farlo vedere e sentire vicino: vicari, dunque, del suo amore.

E qui si vede quanto sia impegnativa la missione del prete: si tratta di rendere un poco percepibile agli uomini quell’amore personale e profondo che Dio ha per ogni uomo. Sei chiamato, sul modello Gesù, ad aver cura di ogni anima anche quando la malattia ti sembrerà inguaribile e la guarigione lontana, quando il male ha colpito e scolpito nel cuore solchi profondi che sembrano incolmabili; quando umanamente ti sembrerà non poter fare nulla e avrai l’impressione che tutto è perduto. Sei chiamato a chiarire dubbi, incoraggiare i delusi, confortare gli sfiduciati o ammalati. Chiamato spesso a scoprire la malattia che si annida nel cuore e nell’anima. A cicatrizzare ferite causate dall’odio e dalla violenza.

Ti assicuro don Michele che sono davvero tanti i giovani che hanno bisogno della tua paternità e del tuo amore.

Oggi circa il termine amore è in atto una vera e propria deriva semantica, dicono gli esperti, nel senso che questa è una parola abusata, tutti la usano ma attribuendogli significati molto diversi. In un contesto culturale nel quale molti fanno fatica a sperimentare l’amore dei fratelli e a percepire l’ amore di Dio, nel quale nessuno fa niente senza averne un tornaconto, il prete vuol vivere dicendo a tutti che nella vita c’è una persona che invece ama senza condizioni, senza se e senza ma: il Signore Gesù. Il buon pastore.

Questa è l’unica testimonianza che ancora oggi tiene.

Il Card. Shuster è stato Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954 (25 anni).

Era Benedettino, Abate di San Paolo fuori le Mura a Roma. Alla nostra Basilica ha regalato una reliquia di Sant’Agostino il 10 maggio del 1935. Mi ha colpito un passaggio di un suo intervento al Sinodo 44° della Diocesi Ambrosiana.

Cappe ed ermellini, zucchetti e fasce, tutto sta per essere travolto dal tempo. Noi non sappiamo quanto ancora resterà di questa bardatura medievale fra cinquanta o cento anni. Bene o male che sia sta il fatto che oggi il mondo capisce ancora i pastori: don Bosco, Francesco d’Assisi e don Gnocchi. Uomini di Dio, magari di poche parole, ma che con la loro vita hanno fatto la predica più efficace“.

Ti auguro don Michele di essere Pastore così.

Le persone che incontrerai ti chiederanno sì competenza, professionalità, ma ti chiederanno soprattutto di essere pastore, un segno del suo amore, capace di ascolto, di dialogo, di preghiera. Ti chiederanno di dare loro non un po’ del tuo tempo, ma tutto il tuo tempo, persino la tua vita.

E oggi, quasi per una eleganza della provvidenza, noi celebriamo il Corpus Domini, il dono che Gesù fa della propria vita per la salvezza del mondo. Questo significa celebrare l’Eucaristia: sull’esempio di Gesù essere pane spezzato e vino versato per i fratelli. Ciò che ha caratterizzato la vita di Gesù da oggi deve caratterizzare anche la tua vita di prete.

Ma come è possibile essere all’altezza di tale compito. Siamo così piccoli e fragili? Non pensare di dover contare solo sulle tue forze.

Il segreto per essere un buon pastore è lasciare che Lui ad agire in noi.

Il Card. Angelo COMASTRI racconta che, invitato a predicare gli Esercizi a Giovanni Paolo II e alla Curia Vaticana, prima di iniziare fu preso dal panico e provò la stessa ansia della vigilia dell’ordinazione sacerdotale.

Era una bella responsabilità parlare davanti al Papa e a Vescovi e Cardinali. Si sentiva inadeguato. Si ricordò allora che alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale era stato colto dalla stessa ansia. Temeva di non esserne degno. Ricordò anche che quel giorno la mamma, con intuito tipicamente femminile, se ne accorse e gli disse:

Angelo, ti vedo preoccupato” “Mamma, credo di non essere degno del sacerdozio che sto per ricevere”. ” Stammi bene a sentire. Ricordati che Gesù, per entrare in Gerusalemme, cavalcò un asinello. Era solo uno strumento povero ma serviva per portare Gesù. Resta sempre un umile asinello anche tu e Gesù non smetterà mai di cavalcarti

Caro don Michele, sentiti sempre e soltanto uno strumento umile nelle mani di Dio. Non cedere mai alla tentazione di sentirti il “protagonista“.

Ricordati di essere solo e semplicemente servo.

2 – Alla seconda domanda rispondo molto più velocemente.

Certo la cultura laicista nella quale viviamo non ci aiuta a capire molto, anzi, spesso ci porta a fraintendere. Se guardiamo la televisione per esempio, abbiamo come l’impressione, da certi film o telenovelas, che i preti e le suore siano persone un po’ frustrate, per così dire dimezzate. Scontente della vita. Preti tutti ladri o pedofili.

E’ vero certamente che ci sono persone che sbagliano. E’ vero anche che fa molto più rumore un albero solo che cade che un’intera foresta che cresce.

Il bene è infinitamente più grande del male.

Ma il bene spesso non fa notizia.

Chi parla delle migliaia di preti e suore che ogni giorno, in ogni parte del mondo, danno la vita per i fratelli nel silenzio? Nessuno!

Quanti preti e quante suore ogni giorno muoiono martiri per la fede!

In questi giorni il Vescovo di Como ha prospettato la beatificazione di una Suora, Suor Maria Laura Mainetti.

Era il 6 giugno del 2000, a Chiavenna, alle ore 21.45. Squilla il telefono nel convento delle Figlie della Croce. Una ragazza chiede di Suor Maria Laura. E’ una giovane voce che supplica aiuto. Dice di essere stata violentata e di essere aiutata a non abortire.

Suor Maria Laura non esita un attimo. Lascia il suo convento e si precipita. Viene trovata morta. Il suo corpo è orrendamente sfigurato.

Milena, una delle tre ragazze, dopo il processo, scrivendo alla comunità delle suore dirà: “non posso che avere da parte sua che un ricordo di amore. Anche morendo, sotto i colpi dei sassi e del coltello diceva: Signore, perdonale”

Questo significa essere segno dell’amore di Dio per gli uomini di oggi. E questo è tutt’altro che frustrazione e debolezza.

Di uomini e donne così ha bisogno la chiesa oggi.

Caro don Michele, ti aiuti il Signore ad essere segno e portatore dell’amore di Dio per i tutti quelli che incontrerai sul tuo cammino sull’esempio di don Bosco nostro Padre e Maestro.

Aiuti anche noi ad essere sempre capaci di meritarci preti Santi. Amen.

Don Virginio Ferrari – Parroco

Omelia della festa di San Giovanni Bosco

Ci vorrebbe ancora don Bosco

Milano 29 gennaio 2017

 

Ogni Santo che il Signore suscita non è soltanto un esempio di come l’uomo possa realizzare in pienezza il progetto che Dio ha su di lui, ma è anche una parola, un messaggio che Dio rivolge a noi uomini distratti. Suscitando Madre Teresa è come se Dio avesse voluto ricordare a ciascuno di noi la sua predilezione per gli ultimi. Suscitando don Bosco Dio ci ricorda che i piccoli e i giovani sono amati da Lui e che occuparsi di loro è caro al Signore.

Gesù, ai suoi discepoli preoccupati perché i piccoli fanno perdere tempo al Maestro e sembrano distoglierlo da cose ben più importanti dice loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, chi accoglie un bambino in nome mio accoglie me.”

L’invito del Signore è ad accogliere sempre i piccoli, gli ultimi, i semplici.

Accogliere. Una parola oggi molto usata. Non altrettanto facile da capire e da vivere. Per don Bosco accogliere significava non tanto aspettare che i ragazzi e giovani andassero a cercarlo, piuttosto andare a trovarli là dove essi vivevano, sulla strada, orfani, soli,  in mezzo a situazioni di vita spesso caratterizzati dalla devianza con problematiche familiari e sociali complesse e contraddittorie.

Chissà cosa provava quel giovane prete pieno di entusiasmo quando incontrava questi giovani allo sbando, violenti e col volto triste. E’ la visita al carcere minorile di Torino che lo lascia sbigottito «Vedere turbe di giovanetti sull’età da 12 a 18 anni; sani, robusti, di ingegno sveglio; ma inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire».

E’ quello che capita anche a me oggi. Penso capiti anche a voi.

Basta fare un giro di sera intorno alla Stazione Centrale per rendersene conto. Tantissimi ragazzi e ragazze allo sbando.

Qualcuno potrebbe pensare: “Oggi però non siamo più ai tempi di don Bosco. Oggi la situazione è radicalmente diversa.”

Si può finire col pensare ingenuamente che don Bosco abbia avuto via facile, solo applausi, riconoscimenti. In realtà ha pagato di persona la sua scelta di accogliere nel senso evangelico del termine.  Era sempre di corsa, non sapeva dove radunare i suoi ragazzi perché lo cacciavano da ogni parte: i suoi ragazzi disturbavano, gridavano, facevano chiasso. Non aveva soldi nemmeno per dar loro da mangiare. Qualche bravo prete  lo aiutava dandogli qualche spicciolo, ma, il più delle volte non bastavano e  bussava a tante porte per chiedere aiuto.

Una vita non facile. Ma che non lo ha mai scoraggiato.

Voleva a tutti i costi mostrare loro che la via del bene è più bella di quella della strada e dei luoghi dominati dalla violenza subita e dalla trasgressione. Desiderava far capire loro che è solo una vita buona, onesta che rende davvero felici. E che Dio è la strada giusta.

“ il primo impegno del demonio consiste nel farci credere che stare con il Signore significhi condurre una vita triste e malinconica, lontana da ogni divertimento. Non è così, si può essere al tempo stesso cristiani e allegri.”

Nessun giovane e ragazzo era considerato perduto, irrecuperabile, perfino chi aveva commesso colpe gravi ed era in carcere non veniva trascurato. I suoi “ragazzacci”, come li chiamavano i suoi confratelli sacerdoti, erano conquistati dal cuore prima che da servizi.

Non sempre e non con tutti ha funzionato. Anche don Bosco una sera, dopo che gli avevano rubato le coperte e se ne erano andati, cercò di consolare sua mamma Margherita sconfortata. “Giovanni, qui non ce la possiamo fare”. E don Giovanni indica alla mamma il crocifisso. Quella Santa mamma, analfabeta ma sapiente, ritornò a pulire la verdura e a preparare la cena per i ragazzi.

Ebbene, oggi che farebbe don Bosco di fronte a un mondo giovanile che è in serie difficoltà?

Cosa farebbe di fronte al nostro mondo adulto che è ancora maggiormente in difficoltà?

Emerge oggi l’incapacità del mondo adulto di misurarsi con le istanze autentiche dell’universo giovanile. Da una parte infatti ci scandalizziamo per episodi tragici che hanno protagonisti dei ragazzi, vedi l’efferato omicidio di Ferrara, e dall’altra si assiste alla rinuncia di tanti adulti ad educare. Situazione ben espressa da un testo sulla devianza giovanile di paolo Crepet non privo di spunti interessanti:

Questa società non ama più i suoi ragazzi. […]Distruggiamo i loro parchi, gli lasciamo qualche sala giochi, gli vendiamo iphone sempre più tecnologici perché si possano ancor più isolare, gli regaliamo macchine velocissime per poi piangere sui loro incidenti del sabato sera. Gli vendiamo birre e pilloline eccitanti e poi firmiamo appelli per chiudere le discoteche un paio d’ore prima. […]Perché ci meravigliamo, allora, quando vediamo questi ragazzi già così vecchi, bruciati perfino nella fantasia?”

  1. CREPET, Cuori violenti. Viaggio nella criminalità giovanile, Feltrinelli, Milano, 2008, 158.

La proposta di don Bosco non è  certo buonista. E’ molto impegnativa, egli chiede all’educatore di volare alto con i giovani. Amarli e  stare molto tempo con loro. Chiede all’educatore di abbassarsi al livello dei giovani, di amare quello che loro amano, per poi aiutarli ad accettare anche quello che spontaneamente non amano: la fatica, l’impegno, la serietà. A volte capaci di dire anche dei no, quando è necessario. Guai se diciamo sempre e solo dei sì. Guai se pensiamo che amare i giovani significhi parlare come parlano loro, vestirci come vestono loro, senza però essere per loro guide sicure.

Chi ha a che fare con ragazzi o con i giovani sente tutta la fatica dell’educare. Penso alle vostre famiglie. Penso a tante famiglie della Parrocchia che si sentono impotenti, che sono ferite, rassegnate, scoraggiate. Non esistono ricette prefabbricate né procedure standard, seguendo le quali si ottengono risultati certi.

Oggi ricordiamo la santa Famiglia di Nazareth. Penso che le nostre famiglie debbano vivere con questa filosofia: continuare a seminare, con coraggio e speranza, perché ogni ragazzo tiri fuori il meglio di se. Anche nel peggiore c’è sempre un punto accessibile al bene.

Ci viene in mente quella parabola raccontata da Gesù del seminatore, che a larghe mani butta il seme dovunque: sulla strada, in mezzo ai sassi, tra i rovi, e anche sul terreno buono. Non è preoccupato di ottenere subito risultati. E’ pieno di speranza.

Ogni ragazzo, come ogni uomo, è unico ed irripetibile, una scheggia di infinito, un mistero.

Ha un modo libero e unico di rispondere a tutte le sollecitazioni educative. Per questo l’educazione è un’arte. E per questo il suo risultato non è né immediato né scontato.

E’ sempre stato difficile …ma oggi lo è ancora di più.

A voi ragazzi oggi don Bosco direbbe: puntate in alto. Siate pieni di entusiasmo e di voglia di vivere. Alcuni anni fa ad un grande calciatore arrivò la lettera di un ragazzo: “Vorrei fare il calciatore e diventare famoso come te. Dimmi però subito se è una cosa lunga e faticosa. Altrimenti cambio strada ”.

Ieri sera voi ragazzi avete realizzato un bellissimo spettacolo. Mastro Boschetto ce l’ha messa tutta col suo estro a trasformare dei blocchi di marmo, dei marmocchi in capolavori.

E’ il compito a cui è chiamato ciascuno di voi.

Diventare un capolavoro. Dipende anche da voi. “La vita di un ragazzo – diceva Charles Péguy- dipende da pochi sì e da pochi no detti nella giovinezza”.

Don Bosco ci aiuti a trovarlo questo punto e a lavorare insieme per costruire una società migliore.

Don Virginio Ferrari

Omelia dell’inizio dell’anno oratoriano

L’inizio dell’anno educativo e  pastorale è certamente uno dei momenti più  belli e importanti per una comunità.

Anche quest’ anno, come comunità, insieme, ragazzi ed adulti, vogliamo partire bene per crescere nell’amicizia con il Signore, come ci ha ricordato il Card. Scola: “crescere nella fede per proporre con gioia a tutti che Cristo Risorto non cessa di venire incontro ad ogni uomo”.

Certo ogni anno che passa questa sfida ci appare sempre più difficile.

La frequenza alle nostre Messe, alla catechesi e ai gruppi dell’oratorio non è più quella di quarant’anni fa. E’ radicalmente cambiato lo scenario. Stiamo entrando in una società che i sociologi qualificano come post-moderna.

E, come in tutte le epoche di crisi sociale, il problema cruciale è aiutare le famiglie, i ragazzi e i  giovani a trovare punti di riferimento.

Anche la nostra Parrocchia e il nostro Oratorio avvertono questa fatica: Ci disperiamo? Viviamo di nostalgia? Ci lamentiamo che una volta le cose andavano meglio? Che l’oratorio anni fa era molto più frequentato di adesso?

E’ tutto vero.

Ma è inutile rimpiangere il passato. E’ più utile rimboccarsi le maniche e accettare di confrontarci con i tempi nuovi.

Cosa farebbe oggi don Bosco? Cosa ci direbbe oggi?

E’ sempre stato difficile educare. Chi ha a che fare con ragazzi lo sa molto bene. Oggi sembra esserlo ancora di più che nel passato.

Cos’è che è cambiato in questi anni che rende così difficile educare e dialogare con i  ragazzi e i giovani?

Oggi molti definiscono la nostra società caratterizzata dall’accelerazione della storia.  In altre parole significa che,  ogni cinque dieci anni, avvengono cambiamenti che prima avvenivano in un secolo.

A livello educativo significa che uno in vent’anni cambia quattro secoli. Diventa allora più difficile comunicare, capirsi, intendersi. A volte si ha come l’impressione di parlare linguaggi diversi, di non riuscire più a capirsi. ( lei ragiona così perché è un adulto, noi ragazzi non ragioniamo così)

Oggi poi sono molte le agenzie educative che operano in contrasto con la famiglia: la televisione, la stampa, internet.

La famiglia si trova sempre più isolata e sempre più in difficoltà a combattere contro queste agenzie che propongono progetti di vita in genere  più attraenti, molto meno faticosi e più redditizi di quelli che propone la famiglia … e da qui la conflittualità e il rifiuto dei genitori  e della famiglia.

Perché studiare? Perché lavorare e far fatica  quando si vorrebbe diventare famosi senza sforzo.

Oggi, più che nel passato, è necessario lavorare in rete

Oggi più che mai i genitori sentono il loro compito come carico di grandi responsabilità. Ecco la necessità di allacciare e costruire ponti, patti educativi: con l’oratorio, la parrocchia, la scuola e gli insegnanti. Senza un patto educativo preciso e programmato molti genitori si sentono oggi spiazzati. 

Oggi più che mai  bisogna ripartire dalla famiglia.

Angelo Giuseppe Roncalli, che diventerà papa con il nome di Giovanni XXIII, in occasione del suo compleanno scrisse ai genitori:

“ Cari papà e mamma, oggi il mio pensiero corre spontaneamente a voi: compio gli anni e desidero dirvi un grande grazie. Voi con la vostra vita mi avete insegnato le cose fondamentali dell’esistenza. Tutto quello che ho imparato nei miei anni di studio è solo un povero commento di quello che voi mi avete insegnato  in quei bellissimi anni a Sotto il Monte. Per questo, grazie”.

Quali elementi problematici nel rapporto educativo con cui anche noi ci dobbiamo confrontare:

  • Uno degli aspetti più critici nell’educazione, oggi, mi sembra quello legato all’esercizio dell’autorità, quello che Recalcati chiama il complesso di Telemaco.

In questi ultimi decenni si è scritto di “orfani di genitori viventi”, per sottolineare l’emergere vistoso di un problema educativo: l’abdicazione dell’adulto ai ruoli che gli competono. L’autorità, pensata come esperienza sgradevole, sembrerebbe contrastare con l’affetto per il figlio. A questo punto avviene un rovesciamento di posizioni, al comportamento “genitoriale” si sostituisce un comportamento “amicale”:

  • comportarsi come gli adolescenti: stesso linguaggio, stessi vestiti..
  • per una sorta di giovanilismo non si ha più il coraggio di contraddire nemmeno davanti ad errori (sono dei ragazzi, anche noi lo siamo stati…….).

Questo comportamento però alla fine provoca gravi danni: la perdita di precisi punti di riferimento per valutare la realtà e decidere il proprio comportamento.

La perdita dei genitori, o della paternità e della maternità, se da un lato elimina i conflitti, dall’altro lascia un vuoto e una solitudine intollerabili. Il vero problema non consiste nell’eliminare l’autorità-autorevolezza, quanto nel modo di gestirla.

Nel suo significato etimologico infatti la parola autorità dice capacità di far crescere. Perché si realizzi questa crescita è sempre necessaria una asimmetria nel rapporto educativo.

2 – il secondo aspetto problematico consiste nel pensare che se un ragazzo ha tutto è anche felice. Una bella bicicletta, scarpe firmate, un IPhone ultimo modello. L’esperienza ci insegna che questo non è vero. Non sono le cose che rendono felici. La felicità o la si ha nel cuore o niente.

 Cosa vogliamo proporci in questo anno pastorale.

Anzitutto l’oratorio vuole aiutare le famiglie ad educare. Non facendovi delle prediche, ma offrendovi opportunità di dialogo e di incontro.

L’Oratorio di Don Bosco in questo senso  non è  primariamente un ricreatorio. Si qualifica per un progetto. Don Bosco vuol aiutare i ragazzi a crescere.

La  prima preoccupazione di don Bosco è per  per ‘salvezza’ della gioventù.  Entrando nel suo ufficio i giovani rimanevano colpiti da una scritta in latino che campeggiava dietro la sua scrivania e che diceva “ da mihi animas, coetera tolle”.

Noi vogliamo che Gesù sia al centro del vostro cuore

“ il primo impegno del demonio consiste nel farci credere che stare con il Signore significhi condurre una vita triste e malinconica, lontana da ogni divertimento. Non è così, si può essere al tempo stesso cristiani e allegri.”

Con quale stile vogliamo starvi vicino

* Accogliendovi. L’oratorio è casa che accoglie.

* Aiutando piccoli e grandi a capire cosa è importante nella vita.

* Invitando i più grandi a impegnarsi per aiutare i più piccoli.

* Creando un clima di festa e di gioia.

Don Virginio Ferrari

Parrocchia Sant'Agostino

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