Solidarietà familiare

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SOLIDARIETA’ FAMILIARE

 

solidarietaDa parecchi anni, nella nostra parrocchia, esiste una bella iniziativa chiamata solidarietà familiare. E’ nata più di cinquant’anni fa per iniziativa di un parroco particolarmente illuminato e sensibile, don Gianni Sangalli.

Si propone di aiutare le famiglie della parrocchia che attraversano momenti di difficoltà: perché hanno perso il lavoro, o la casa, o sono in gravi condizioni di malattia.

Un Gruppo di Ascolto, che si ritrova al mercoledì e al venerdì mattina, dalle ore 9.00 alle ore 12.00, insieme al Parroco, esamina con scrupolo le richieste, in modo che la generosità vada realmente a buon fine.

In questi anni le famiglie della parrocchia hanno sempre risposto generosamente e senza clamore agli appelli dei vari parroci che si sono succeduti per questa bella iniziativa.

 A conferma del sin qui detto citiamo la testimonianza di una persona che ci ha inviato una lettera: “Sono commossa dall’amore che voi mi avete manifestato in più occasioni. Non so nemmeno come ringraziarvi. Dio ha voluto provarmi in molti modi: sofferenza, malattia e povertà. Nello stesso tempo mi ha circondato di affetto e di gesti di amore. Per questo grazie.”

Dobbiamo continuare questa iniziativa. Ora più che mai. Anzitutto sostenendoci a vicenda. Queste le modalità:

  • Segnalando quelle situazioni di emergenza presenti in Parrocchia e che noi non conosciamo (persone sole, ammalate, in difficoltà)
  • Dando la propria disponibilità per un’ora o due alla settimana per incontrare queste persone.
  • Sostenendo questa iniziativa anche economicamente. Lo si può fare mettendo il proprio contributo in una busta sigillata su cui scrivere SOLIDARIETA’ FAMIGLIARE e ponendola nella cassetta delle offerte all’ingresso della Basilica.

 

Solidarietà familiare – Aprile 2017

Papa Francesco a Milano: una carezza di Dio.

Carissimi amici, abbiamo ancora negli occhi e nel cuore le immagini e le parole che Papa Francesco ci ha regalato in occasione della sua visita a Milano il 25 marzo scorso. In particolare la sua dolcezza e la sua attenzione nei confronti dei poveri, degli ultimi, dei carcerati e degli immigrati, dei bambini, degli anziani e degli ammalati.

«Vi ringrazio dell’accoglienza. Io mi sento a casa con voi», ha detto papa Francesco ai 130 detenuti e detenute che dalle 10.30 lo attendevano nella “rotonda” di San Vittore. E poi ha aggiunto: «Gesù ha detto: “Ero carcerato e tu sei venuto a visitarmi”. Voi per me siete Gesù, siete fratelli. Io non ho il coraggio di dire a nessuna persona che è in carcere: “Se lo merita”. Perché voi e non io? Il Signore ama me quanto voi, lo stesso Gesù è in voi e in me, noi siamo fratelli peccatori. Pensate ai vostri figli, alle vostre famiglie, ai vostri genitori. Voi che siete il cuore di Gesù ferito». Il desiderio di tutti i carcerati, ha detto una donna, «è di tornare a vivere la nostra vita quotidiana, lavorare e rientrare a casa la sera in famiglia. Siamo peccatori come tutti, ma capaci di provare sentimenti come ogni essere umano». Poi ha concluso: «Prega per noi e per le nostre famiglie». Il detenuto che ha parlato subito dopo ha chiesto al Papa di pregare «per coloro ai quali abbiamo fatto del male perché possano perdonarci». Ha chiesto preghiere «perché cessino le ingiustizie, le persecuzioni, le violenze, le discriminazioni razziali…».

Ha ringraziato anche il mondo del volontariato: «Grazie a tutti i volontari che ci aiutano, che portano speranza e amore. I volontari sono vicini ai detenuti senza pregiudizi».

Il Papa ha stretto le mani a tutti. Il commento dei detenuti al termine della visita è stato: «Per qualche minuto non ci siamo sentiti in carcere, ma uomini liberi».

Grazie, Santo Padre, per aver ridato speranza e gioia a tanti sofferenti.

Grazie perché per molti di loro sei stato una carezza di Dio”.

Aiuta anche noi ad essere capaci di fare lo stesso.

Un saluto cordiale unito agli auguri più belli di buona Pasqua di Resurrezione.

Milano 10 aprile 2017

                                                                                                          Don Virginio Ferrari Parroco

                                                                                                                

 

Solidarietà familiare – Marzo 2017

E’ iniziato domenica 5 marzo il tempo della quaresima: quaranta giorni che ci preparano alla Pasqua. Un tempo particolare nel quale la Chiesa ancora una volta ci invita alla conversione, una parola che sentiremo ripetere di frequente in questi giorni. E’ vero che ciascuno di noi ha un suo carattere. E’ importante anche conoscersi ed accettarsi serenamente, ma bisogna pure fare in modo che qualcosa in noi possa cambiare, migliorare. Quando in un corpo le cellule non si riproducono più subentra la necrosi. Questo può capitare anche nella vita spirituale.

Non ci può essere alcuna conversione quando uno fa pace con se stesso e con i suoi difetti. E’ la morte spirituale. Non dobbiamo chiederci se sia necessario convertirci o no. E’ evidente che tutti abbiamo bisogno di conversione.

Il segreto della vita consiste proprio nel non sentirsi mai degli arrivati, ma sempre uomini in cammino. Uno muore quando non cambia più.
Per sostenerci in questo cammino la Chiesa ci suggerisce tre atteggiamenti:

il digiuno ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, aiuta a perdere peso, ma per noi credenti è in primo luogo una “terapia” che aiuta a diventare padroni di noi stessi, per essere davvero liberi dalle cose.

la preghiera poi è il segreto della vita cristiana. Non ci può essere alcuna conversione che non parta dall’incontro personale e profondo con il Signore. E’ solo stando con Lui che nasce in noi il desiderio di rassomigliarGli un poco, di potere essere anche noi, come Lui, capaci di dare la vita per i fratelli. Chi non ha trovato Dio non può dare niente ai fratelli.

l’elemosina infine non consiste nel dare qualche centesimo al ragazzo che lava i vetri al semaforo o chiede la carità fuori dalla porta della chiesa. In greco “eleos” indica il sentimento di intima commozione, la compassione, la pietà, il contrario dell’invidia per la fortuna del prossimo; indica il farsi carico del fratello che è in difficoltà perché anziano, ammalato, solo, dimenticato da tutti.

Il Signore ci aiuti a ritornare a Lui. Don Bosco vi benedica.

Milano 10 marzo 2017

Don Virginio Ferrari Parroco

 

 

Solidarietà familiare – Febbraio 2017

Il giorno cominciava a declinare e i dodici, avvicinatisi a Gesù, gli dissero: «Lascia andare la folla, perché se ne vada per i villaggi e per le campagne vicine per trovarvi cena e alloggio, perché qui siamo in un luogo deserto».  Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi obiettarono: «Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci; a meno che non andiamo noi a comprare dei viveri per tutta questa gente». Perché c’erano cinquemila uomini. Ed egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di una cinquantina».  E così li fecero accomodare tutti. Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo e li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla gente. Tutti mangiarono a sazietà e dei pezzi avanzati si portarono via dodici ceste. (Lc. 9,12-17)

Carissimi amici,
il brano di Luca qui riportato presenta l’attività di Gesù in Galilea, che raggiunge il vertice con l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Dice Luca che la folla presente era di circa cinquemila uomini e dopo che Gesù ebbe compiuto il miracolo e tutti furono saziati avanzarono dodici ceste di cibo. Certamente l’Evangelista vuole sottolineare la potenza di Gesù, in grado di operare miracoli, ma la sua attenzione non vuole soffermarsi solo sul miracolo in se stesso. Gesù non si limita a fare miracoli: sembra voler inaugurare uno stile nuovo anche per i suoi discepoli.

Anche i discepoli infatti si accorgono dei bisogni della gente e ne parlano col Maestro:
«Congeda la gente perché vada nei villaggi e nelle campagne intorno per alloggiare e trovar cibo». Ma a Gesù questo non basta:
«Dategli voi stessi da mangiare». Gesù invita i discepoli a farsi carico dei fratelli in difficoltà.
Ma abbiamo pochissimo. Pochi pani e due pesci”.Non importa – sembra dire Gesù – non è necessario possedere molto

Le cose che possiedi – fossero pure soltanto cinque pani e due pesci – sono doni di Dio, da condividere con gli altri. Non solo quello che abbiamo dobbiamo condividerlo con i fratelli, anche quello che siamo: le nostre doti, il nostro tempo, la nostra vita.

Il Signore ci aiuti a fare di tutta la nostra vita un dono per gli altri, come ha fatto Gesù. Don Bosco, Padre e maestro, vi benedica.

Milano 10 febbraio 2017

Don Virginio Ferrari Parroco

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